Roberto Benigni: “Se non vi innamorate è tutto morto”, la frase che aiuta a ritrovare la gioia anche se non ci credi più

Roberto Benigni non pronuncia questa frase come un invito romantico da cartolina. La pronuncia come un imperativo assoluto di sopravvivenza emotiva, con quella voce inconfondibile che oscilla tra il grido e l’intimità più silenziosa, in uno dei discorsi più belli, più folti e più intensi che abbia mai fatto in pubblico.

ritrovare la gioia

Quando è tutto morto

“Innamoratevi! Se non vi innamorate è tutto morto! Morto! Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto, dilapidate la gioia! Sperperate l’allegria! Siate tristi e taciturni con esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità!”

La frase non parla solo di innamorarsi di una persona, e sarebbe riduttivo leggerla così. Parla di qualcosa di molto più ampio: quella qualità specifica di attenzione e di presenza che si chiama innamoramento ma che può riguardare un’idea, un lavoro, un luogo, una stagione della vita, un progetto, un libro, una forma di bellezza qualsiasi.

L’innamoramento come stato dell’essere nel mondo – una modalità di stare nelle cose con occhi aperti e con qualcosa che si accende – non come una relazione specifica con una persona specifica.

Quando ho sentito questa frase di Benigni per la prima volta stavo attraversando un periodo in cui tutto sembrava spento, non in modo drammatico, ma in quel modo grigio in cui le cose accadono e non lasciano traccia. Non c’era una ragione precisa da individuare. C’era solo quella sensazione diffusa che le cose scorressero senza toccarmi davvero, senza che mi riguardassero fino in fondo. Benigni dice: quello è esattamente il problema. E la soluzione che indica è altrettanto precisa: innamorarsi di qualcosa.

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Perché dilapidare la gioia

“Dilapidate la gioia! Sperperate l’allegria!”: i verbi sono quelli del consumo irresponsabile, del dispendio, di chi non tiene conto del bilancio. Non accumulate la gioia per quando sarà il momento giusto, non conservatela per chi se la merita abbastanza, non tenetela dentro come qualcosa di prezioso da non sprecare.

Sprecarla, secondo Benigni, è esattamente il punto. La gioia che si trattiene per paura di sembrare fuori luogo, di essere troppo, di non essere capiti: quella è già gioia perduta. Quella che si butta in faccia agli altri, che si regala senza chiedere il permesso: quella rimane. Negli altri e in chi la dà.

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Essere tristi con esuberanza

“Siate tristi e taciturni con esuberanza”: questa è la parte più inaspettata e più vera di tutto il discorso. Benigni non dice di fingere di stare bene quando non si sta bene, non chiede una positività di facciata che copre quello che c’è sotto. Dice qualcosa di molto diverso: essere pienamente quello che si è, anche quando è tristezza, anche quando è silenzio, anche quando è fatica.

L’esuberanza non è solo per la gioia: è per tutto quello che si sente davvero, in modo autentico. Vivere in modo pieno e presente, qualunque cosa si stia attraversando in quel momento.

Come si riaccende quello che sembra spento

La risposta di Benigni è semplice nella forma e difficilissima nella pratica, come spesso accade con le cose vere: innamorarsi di qualcosa. Non aspettare di sentirvi già pieni e pronti e nel posto giusto per cercare quello che riempie: quell’attesa non finisce mai.

Cercate prima, qualcosa… anche un piccolo innamoramento, anche qualcosa di modesto e vicino, anche qualcosa che sembrava scontato e che invece non lo è quando lo si guarda con attenzione nuova e curiosa. E lasciate che si diffonda lentamente. La gioia non torna aspettando il momento giusto. Torna trovando qualcosa da cui farsi muovere, e poi muovendosi davvero.

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