Paolo Crepet ci spiega perché gli adolescenti non vanno trattati da “malati di mente” e cosa serve davvero ai figli

Viviamo in un momento in cui il disagio degli adolescenti è al centro di ogni conversazione: nei talk show, nelle chat dei genitori, nelle riunioni scolastiche. E spesso il disagio è reale. Ma c’è qualcosa che Paolo Crepet dice da anni, con una chiarezza che non si sente spesso: stiamo confondendo la normalità della crescita con la patologia. E quella confusione – l’abitudine a trattare ogni difficoltà di un ragazzo come un sintomo clinico – non li aiuta. Li indebolisce. Crepet non nega il disagio psicologico: sa benissimo quando serve un professionista. Ma insiste su una distinzione che molti adulti fanno fatica a fare: tra le difficoltà normali della crescita e i problemi che richiedono davvero un aiuto specializzato.

cosa serve davvero ai figli

La distinzione che Crepet chiede di fare

Nel corso dell’incontro tenutosi al Teatro Comunale di Cagli, nel territorio di Pesaro-Urbino, Paolo Crepet ha affrontato alcuni dei temi più delicati della società contemporanea. Tra questi, particolare attenzione è stata riservata alle fragilità dei giovani, alle sfide che si trovano ad affrontare e alla complessa relazione con il mondo degli adulti.

Paolo Crepet non dice che i ragazzi stanno bene. Non dice che il disagio giovanile non esiste o che non sia aumentato. Dice qualcosa di più preciso: che c’è una differenza enorme tra il disagio normale della crescita e il disagio che richiede un intervento professionale.

Confondere i due livelli produce effetti concreti. Un ragazzo che viene portato dal professionista perché fa fatica a svegliarsi la mattina o perché preferisce stare in camera sua – senza che ci siano altri segnali – riceve un messaggio implicito: “quello che senti è una malattia”. Quel messaggio, nel tempo, cambia il modo in cui il ragazzo interpreta la propria esperienza. Smette di cercare le risorse dentro di sé e le cerca fuori, in qualcuno o qualcosa che risolva per lui.

Questo non significa non chiedere aiuto quando serve. Significa imparare a distinguere quando serve davvero.

Le cose che Crepet dice servono davvero

Nello stesso incontro, Crepet ha indicato alcune direzioni concrete, non come ricette, ma come inversioni di tendenza rispetto alle abitudini che vede diffuse:

  • Recuperare il valore del tempo, del silenzio e dell’attesa. Viviamo in un contesto in cui ogni disagio viene risolto il prima possibile: ogni noia eliminata, ogni attesa abbreviata, ogni silenzio riempito. Crepet dice che questo priva i ragazzi dell’esperienza di stare con se stessi, di tollerare la frustrazione, di aspettare che qualcosa accada. Il silenzio e l’attesa non sono vuoti da colmare: sono spazi in cui si sviluppa la capacità di stare al mondo.
  • Uscire dalla propria zona di comfort. Crepet insiste sull’importanza di esporre i ragazzi a persone e ambienti diversi dal loro piccolo mondo familiare. Non per forzarli, ma per dar loro l’esperienza di incontrare la differenza, di non essere al centro, di navigare situazioni che non controllano. È lì, dice, che si costruisce la resilienza: non nelle rassicurazioni, ma nel contatto con quello che non si conosce.
  • Riconoscere ai giovani il diritto di sbagliare. Questo punto torna spesso nel pensiero di Crepet: un ragazzo che non ha mai sbagliato – perché gli adulti intorno a lui hanno sempre previsto e corretto – non ha imparato a sbagliare. E un ragazzo che non sa sbagliare si blocca alla prima difficoltà seria.
  • Meno controllo. È forse il punto più scomodo per molti genitori. Crepet dice esplicitamente che tenere sotto controllo continuo i voti, le comunicazioni e le attività dei figli – attraverso il registro elettronico, le chat con gli insegnanti, il telefono sempre tracciato – rischia di rovinare il rapporto di fiducia. Non perché la sicurezza non conti: ma perché un ragazzo che sa di essere controllato in ogni momento non sviluppa la capacità di autoregolarsi. E quando il controllo cessa, si trova senza strumenti.

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Quando invece il professionista serve davvero

Crepet è chiaro su questo. Non sta dicendo di non chiedere aiuto: sta dicendo di non chiedere aiuto per tutto, indiscriminatamente. Ci sono segnali che richiedono attenzione professionale: un calo improvviso e prolungato del funzionamento quotidiano, ritiro sociale che dura mesi, segnali di autolesionismo, cambiamenti marcati del sonno e dell’alimentazione che non passano da soli. In questi casi, chiedere aiuto non è patologizzare la crescita: è prendersi cura di qualcuno che ne ha bisogno.

La distinzione non è sempre facile da fare. Ma il punto di partenza, dice Crepet, è cambiare la domanda: invece di “è normale quello che fa?” – che spinge verso la diagnosi – chiedersi “cosa sta attraversando?” e “come posso essergli vicino senza togliergli lo spazio di farcela?”.

Ho riletto le parole di Crepet pensando a quante volte, nel corso degli anni, ho visto trasformare in patologia cose che erano semplicemente difficili. Non perché la difficoltà non fosse reale, ma perché era più facile nominarla come malattia che starci vicino come è. Crepet dice una cosa che fa un po’ male: che la patologizzazione degli adolescenti è spesso una forma di sollievo per gli adulti. Non dover stare con il disagio di nostro figlio – dargli un nome clinico e affidarsi a qualcuno che lo risolva – è più comodo che starci dentro con lui. Non sempre, non in tutti i casi. Ma spesso.

Leggere Paolo Crepet

I figli non crescono (Einaudi) è il libro in cui Crepet affronta più direttamente il tema dell’educazione e della dipendenza tra genitori e figli. Educare (Einaudi) è un punto di partenza più sintetico.

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