Se ti aspetti riconoscenza dai figli sei come l’usuraio che rischia il capitale per gli interessi: un aforisma di Kafka

Ti sei mai sentito dire da un figlio “non ti ringrazio di nulla, è il tuo dovere”? O al contrario, ti sei ritrovato ad aspettarti un “grazie” che non arrivava mai nel modo giusto, e ti sei sentito deluso, incompreso, persino ferito da qualcuno che avrebbe dovuto essere grato? Franz Kafka aveva capito qualcosa di molto scomodo su questo meccanismo. Non era un genitore felice che teorizzava sull’amore filiale da una posizione di distanza: era qualcuno che aveva vissuto sulla propria pelle, in modo doloroso e documentato, cosa fa a un figlio crescere con il peso costante delle aspettative genitoriali. E quella prospettiva vissuta rende questa frase ancora più tagliente e meno teorica.

aforisma di Kafka

I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli

“I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli (e ce ne sono che addirittura la pretendono) sono come quegli usurai che rischiano volentieri il capitale per incassare gli interessi.”

La metafora è precisa e non lascia davvero spazio a interpretazioni comode o consolatorie. L’usuraio non presta denaro per generosità verso il debitore, presta per guadagnarci sopra. Il capitale che rischia non è un dono libero: è un investimento preciso da cui si aspetta un ritorno garantito.

Kafka dice: quando un genitore si aspetta riconoscenza dai figli, sta facendo esattamente la stessa operazione psicologica. Sta trasformando l’amore – qualcosa che per definizione dovrebbe essere gratuito – in un credito da riscuotere.

Cosa c’è di sbagliato in quel meccanismo

Aspettarsi riconoscenza dai figli sembra normale, e in parte lo è, non c’è niente di mostruoso in quel desiderio. È umano volersi sentire visti, apprezzati, riconosciuti da chi si ama. Il problema nasce quando quella aspettativa diventa esplicita, quando si tiene il conto, quando si usa come leva nelle discussioni difficili: “dopo tutto quello che ho fatto per te”, “lo sai che mi hai deluso”, “non ti rendi conto di quanto mi sia sacrificato.”

Quel momento – quel passaggio da sentimento a credito vantato – trasforma radicalmente la relazione. Il figlio non si sente più amato: si sente in debito. E un debito verso un genitore è una delle cose più pesanti che si possano portare tutta la vita, perché è un debito impossibile da saldare; le condizioni cambiano sempre, il credito non si azzera mai davvero.

L’amore che non chiede conto

C’è un tipo di amore che non chiede niente in cambio: non riconoscenza esplicita, non prove, non gratitudine esibita al momento giusto. Questo non significa che i figli non debbano imparare la riconoscenza: la riconoscenza è un valore importante, si insegna, si mostra con l’esempio quotidiano, si educa con la coerenza. Ma si insegna come valore per la vita, non come obbligo nei confronti del genitore. La differenza sembra sottile, ma nelle conseguenze è fondamentale.

Kafka lo sapeva bene sul piano personale, non solo teorico. Il suo rapporto con il padre Hermann era uno dei più tormentati che la letteratura abbia mai raccontato e messo in parole. La lunghissima lettera che scrisse al padre – mai spedita, ritrovata tra le sue carte – è una delle descrizioni più precise e più dolorose che esistano di cosa fa a un figlio crescere con il peso del debito verso un genitore che si sente sempre non abbastanza ripagato.

Una domanda diretta

Se stai aspettando la riconoscenza di tuo figlio, chiediti onestamente: sono il suo creditore o il suo genitore? Non è una domanda facile. Ma la risposta onesta può cambiare radicalmente il modo in cui stai in quella relazione, e quanto ci stai bene.

Franz Kafka è stato uno scrittore praghese di lingua tedesca, autore di romanzi che parlano di alienazione, di processi senza senso e di rapporti dolorosi con le figure paterne, anche in modo molto autobiografico.

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