Cacciari: i professori italiani sono sottopagati e senza autonomia, persino in URSS ce n’era di più

Ti stai rendendo conto che la scuola sta diventando un ufficio di scartoffie dove non si pensa (quasi) più? Tra burocrazia, riunioni infinite e regolamenti soffocanti, i professori hanno sempre meno tempo per insegnare e trasmettere passione. Intant,o famiglie e istituzioni finiscono per trattarli come semplici impiegati. Cosa resta di una scuola? Partendo dalle parole durissime di Massimo Cacciari, questo viaggio attraversa le contraddizioni dell’istruzione moderna.

professori italiani

Cosa significa insegnare, oggi?

Massimo Cacciari ha detto una cosa che dovrebbe fare rumore come una finestra sbattuta nel cuore della notte:

“I professori sono sottopagati e non hanno autonomia, persino in URSS ce n’era di più. Troppa burocrazia, niente tempo per studiare”.

Non è solo una questione di stipendi, anche se già basterebbe, perché un Paese che paga male chi forma le coscienze future sta dicendo, senza accorgersene, che il sapere vale meno di un algoritmo pubblicitario.

Il vero dramma, però, è un altro: l’insegnante non insegna più, esegue. Compila moduli, firma documenti, aggiorna piattaforme, produce verbali come se la cultura fosse una pratica amministrativa. E allora viene da chiedersi, sia da genitori che da studenti e finanche da cittadini: quando dovrebbe leggere un libro un professore? La sera, stremato? Tra una circolare ministeriale e l’ennesima riunione inconcludente?

La provocazione di Cacciari colpisce proprio per questo. Viviamo in un sistema che si definisce libero, ma che controlla il lavoro educativo in ogni dettaglio. Il professore ideale non sembra più essere quello che pensa, ma quello che archivia bene.

Eppure la scuola dovrebbe essere il luogo dell’imprevisto: il momento in cui una domanda intelligente vale più di dieci pagine finite in orario. Invece si corre sempre, come se la cultura fosse una consegna da effettuare entro fine giornata.

Genitori clienti e studenti consumatori

Poi c’è l’altro grande protagonista di questo declino: la famiglia trasformata in un sindacato permanente del figlio. Cacciari usa parole dure, ma difficili da ignorare. Sempre più spesso i genitori entrano nella scuola non per collaborare, ma per contestare: il voto, il richiamo, l’insufficienza. Tutto diventa una trattativa, come se l’istruzione fosse un servizio clienti.

Il ragazzo prende quattro? Colpa del professore. Non studia? Forse il metodo non è abbastanza coinvolgente. Disturba in classe? Sicuramente l’insegnante non sa gestirlo. Così il docente finisce sotto processo continuo, costretto a giustificare persino l’evidenza. Ma che adulti si stanno formando in questo modo? Persone capaci di affrontare gli ostacoli o individui convinti che ogni frustrazione sia un’ingiustizia? Forse il problema non è il brutto voto, ma l’idea che il mondo debba adattarsi continuamente alle proprie fragilità.

La scuola dovrebbe insegnare anche questo: che crescere significa confrontarsi con il limite, con l’errore, con qualcosa che mette in discussione. Il sapere autentico funziona così: smonta certezze, sposta equilibri, obbliga a pensare. Eppure, proprio mentre si parla ossessivamente di “centralità dello studente”, si rischia di togliergli la cosa più importante: l’incontro con un’autorevolezza culturale capace di aprirgli mondi nuovi.

La burocrazia odia il pensiero libero

La burocrazia, in fondo, si nutre di ciò che può essere misurato, classificato, protocollato. Il pensiero libero, invece, sfugge a ogni schema: è disordinato, imprevedibile e non entra nelle caselle Excel. Eppure basta una lezione fuori programma, una deviazione dalla traccia, perché uno studente scopra la filosofia e, magari, cambi direzione alla propria vita.

Qui nasce un curioso paradosso, quasi tragicomico: si pretende innovazione da insegnanti che non hanno neppure il tempo di respirare. Il punto più amaro è che molti docenti avevano scelto questo mestiere proprio per studiare e trasmettere entusiasmo. E invece si ritrovano intrappolati in una macchina amministrativa che consuma lentamente tutto: energie, pazienza, vocazione. E quando la vocazione si spegne, la scuola continua comunque a funzionare. Le aule restano aperte, le campanelle suonano, i registri si aggiornano, ma senza quella passione che solo un docente può trasmettere.

Studiare dovrebbe essere una forma di libertà

Il problema non è solo ciò che la scuola ha perso, ma ciò che potrebbe ancora salvarla: una parola semplice, quasi fuori tempo. Gioia. Sì, gioia. Lo studio viene spesso raccontato come fatica sterile, ansia da prestazione, corsa a crediti e competenze. Eppure, chi ha davvero incontrato un libro, una formula o una scoperta scientifica sa che l’apprendimento, in realtà, produce una felicità fuori dal normale. Forse non lo si comprenderà subito, ma con il tempo. Come con il tempo, e con qualche capello bianco in testa, si capirà che studiare libera dal luogo comune, dalla superficialità dominante, dall’opinione. La conoscenza rende liberi e chi sa pensare diventa anche meno manipolabile.

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