Cosa significa davvero aver vissuto bene? Non come valutazione morale che arriva dall’esterno, non come bilancio di traguardi raggiunti e riconoscimenti ottenuti, ma come risposta intima, quella che si dà a se stessi nei momenti di maggiore lucidità, quando si guarda alla propria vita senza il filtro di quello che gli altri pensano di essa. Massimo Cacciari ha sintetizzato la sua risposta personale a questa domanda in modo preciso, radicale e senza concessioni alla convenienza.

Vivere bene secondo Massimo Cacciari
“Il vivere bene è avere dipeso il meno possibile da condizionamenti esterni, passioni irragionevoli, dagli altri e dai favori altrui. Aver difeso la mia legge interiore, non aver fatto male a nessuno.”
La frase ha una struttura profondamente stoica nella sua essenza: richiama Epitteto, Marco Aurelio, tutta la tradizione della distinzione tra quello che dipende da noi e quello che non dipende da noi.
Ma Cacciari non la formula come precetto astratto da seguire. La formula in prima persona, come bilancio di una vita vissuta, come risposta concreta alla domanda su cosa abbia valore quando si guarda indietro. Quella scelta di formula è significativa: non dice “bisogna”, dice “ho cercato di”.
Dipendere il meno possibile
La libertà che Cacciari descrive non è assenza di relazioni o di legami profondi, ma è la riduzione della dipendenza strutturale dagli altri per la propria serenità di fondo. Chi ha bisogno dell’approvazione di tutti per sentirsi bene, chi non riesce a stare tranquillo se qualcuno è in disaccordo con lui o la pensa diversamente, chi costruisce il senso di sé quasi esclusivamente sulle opinioni esterne, dipende in un modo che limita profondamente e sistematicamente la propria libertà interiore, anche quando dall’esterno sembra libero.
Quella dipendenza non riguarda solo le persone e i loro giudizi: riguarda anche le “passioni irragionevoli” di cui parla Cacciari, quelle spinte emotive o desiderative che trascinano senza che la ragione le abbia scelte e approvate. Liberarsi da esse non significa non avere passioni o diventare freddi; significa avere passioni di cui si è in qualche modo autori consapevoli, non solo vittime inconsapevoli.
Difendere la propria legge interiore
“La mia legge interiore”: questa è la parte più densa e più difficile da applicare della frase di Cacciari. Non la legge che gli altri si aspettano che si segua, non quella che la società prescrive come standard di comportamento, non quella che viene dall’educazione ricevuta senza averla mai esaminata criticamente. La propria legge: quella che si è costruita, scelta, verificata nell’esperienza e difesa nel tempo anche quando costava qualcosa in termini di approvazione esterna o di convenienza.
Difendere una legge interiore non significa essere rigidi o impermeabili alla revisione. Significa avere un centro stabile e riconoscibile da cui si giudicano le cose, invece di costruire il proprio punto di vista ogni volta partendo dall’esterno.
Non far male a nessuno
L’ultima condizione – “non aver fatto male a nessuno” – sembra semplice nella sua formulazione e non lo è nella pratica. Non riguarda solo le azioni clamorose e facilmente identificabili come torti. Riguarda tutti i piccoli torti quotidiani: le parole dette per ferire invece che per comunicare, le omissioni calcolate, le bugie di comodo. Chi ha vissuto bene, secondo Cacciari, è chi a fine giornata – e a fine vita – può dire di non aver usato gli altri come mezzi per i propri scopi.
Massimo Cacciari è filosofo, politico, professore universitario di Estetica, ex sindaco di Venezia per due mandati, autore di opere fondamentali sulla filosofia politica, sulla teologia e sul pensiero contemporaneo, una delle menti più rigorose, più originali e più scomode del panorama intellettuale italiano degli ultimi quarant’anni.
Leggi anche: Il desiderio non va domato, va ascoltato: la frase più liberatoria di Massimo Cacciari