Il dolore non puoi mai evitarlo, ma puoi sempre scegliere di non soffrire: ecco come fare secondo Haruki Murakami

Prova a pensare all’ultima volta che qualcosa ti ha fatto davvero male. Ti sei chiesto quanto di quel malessere fosse la ferita in sé, e quanto invece fosse tutto quello che ci hai costruito sopra nei giorni successivi? Mi riferisco ai pensieri notturni, alle ricostruzioni, ai “e se avessi fatto diversamente”… Lo scrittore giapponese Haruki Murakami ha lasciato una frase breve, oggi citata ovunque e quasi sempre svuotata del suo significato reale, che invece merita di essere riletta con calma, perché tocca qualcosa di molto concreto nella vita di chiunque.

scegliere di non soffrire

Un esempio pratico prima della teoria

Immagina qualcuno che perde il lavoro dopo anni passati nella stessa azienda. Il colpo iniziale – lo spiazzamento, la rabbia, la paura per il futuro immediato – arriva comunque, che lo si voglia o no. Nessuno può evitarlo semplicemente decidendo di pensarla diversamente. Ma dopo qualche settimana, in molti casi, a quel colpo iniziale si aggiunge un secondo strato: “non valgo niente”, “non troverò mai più niente di buono”, “la mia carriera è finita per sempre”. Quel secondo strato non è arrivato insieme al licenziamento. È stato costruito dopo, pezzo per pezzo, dalla persona stessa.

È esattamente questa la distinzione che Murakami mette a fuoco in una frase diventata celebre:

“Il dolore non si può evitare, ma la sofferenza è opzionale.”

Due parole che sembrano uguali e non lo sono

Nel linguaggio comune usiamo dolore e sofferenza quasi come sinonimi intercambiabili. Murakami li separa con precisione chirurgica. Il dolore è l’impatto immediato, la reazione automatica del corpo e della mente davanti a qualcosa che ferisce, e su questo non c’è margine di scelta: arriva, punto.

La sofferenza è tutt’altro meccanismo. È il commento che aggiungiamo dopo, la storia che ci raccontiamo per dare un senso a quell’impatto. E proprio perché è un racconto – non l’evento in sé – resta, almeno parzialmente, nelle nostre mani.

Cosa significa, in pratica, che è “opzionale”

Qui però serve una precisazione importante, perché il rischio di fraintendere è alto: dire che la sofferenza è opzionale non vuol dire che basti deciderlo per spegnerla all’istante, né che chi continua a soffrire stia commettendo un errore. Significa piuttosto che esiste uno spazio, per quanto stretto, tra subire un evento doloroso e trasformarlo in un’identità permanente, in un “sono questo, per sempre, a causa di quello che mi è successo”.

Tornando all’esempio di prima: chi perde il lavoro ha tutto il diritto di sentirsi ferito, spaventato, arrabbiato. Quello è il dolore, ed è legittimo, reale, non negoziabile. Il problema comincia quando quella persona inizia a ripetersi che quell’episodio definisce per sempre chi è, che non ci sarà mai un dopo migliore. Quella parte aggiuntiva – non l’evento – è il terreno su cui, secondo Murakami, si può intervenire.

Perché è più facile a dirsi che a farsi

Murakami non lascia intendere che sia un’operazione semplice o immediata. Cambiare il racconto che ci facciamo su un evento doloroso richiede tempo, ripetizione, spesso anche l’aiuto di qualcun altro capace di farci notare quando stiamo aggiungendo strati inutili a un dolore già di per sé sufficiente. Non è un interruttore da premere, ma un lavoro lento, fatto di piccoli aggiustamenti quotidiani nel modo in cui interpretiamo quello che ci è successo.

Un modo diverso di stare nella difficoltà

Il vantaggio pratico di questa distinzione non è eliminare il dolore – cosa impossibile – ma smettere di aggiungere sofferenza inutile sopra un dolore già pesante di suo. Chi impara a riconoscere quando sta semplicemente vivendo un dolore reale, e quando invece sta costruendo sopra quel dolore un’interpretazione che lo aggrava senza motivo, guadagna qualcosa di concreto: la possibilità di attraversare i momenti difficili restando comunque capace di intravedere un dopo, invece di restarci sepolto dentro per sempre.

Qualche modo concreto per non aggiungere peso al dolore

Nella pratica quotidiana, alcuni piccoli accorgimenti aiutano a non trasformare un dolore già pesante in qualcosa di ancora più ingombrante:

  • Dare un nome preciso a quello che si prova. Dire a se stessi “sono triste per questa perdita” è diverso, e molto meno pesante, di lasciarsi scivolare in un generico “la mia vita è rovinata”.
  • Riconoscere i pensieri assoluti quando arrivano. Un “per sempre” o un “mai più” merita di essere messo in discussione: è davvero un fatto, o solo una previsione che la mente sta facendo proprio nel momento in cui è meno affidabile?
  • Concedersi il tempo del dolore, senza fretta di richiuderlo. Non tutte le ferite chiedono di essere elaborate subito, e forzare una guarigione veloce spesso produce l’effetto opposto.
  • Parlarne con qualcuno di fiducia. Raccontare a voce alta quello che si prova aiuta spesso a distinguere da soli cosa appartiene al dolore reale e cosa, invece, è la narrazione che ci si sta costruendo sopra.
  • Osservare i pensieri che si ripetono in loop. Se un pensiero torna sempre uguale senza portare a nulla di nuovo, è più probabile che stia alimentando la sofferenza piuttosto che aiutando a elaborare il dolore.

Nessuno di questi passaggi elimina il dolore. Ma ciascuno, a modo suo, evita che quel dolore si trasformi in qualcosa di più grande di quanto già non sia.

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