Ti hanno mai detto di essere troppo sensibile? Di farti scivolare le cose addosso invece di prenderle così a cuore? Di costruirti una pelle più spessa, di non permettere a tutto di entrarti dentro? Quei consigli sembrano ragionevoli, e in certi momenti lo sono. Ma portati all’estremo producono qualcosa di molto costoso. Gabriella Tupini risponde a quei consigli con qualcosa di completamente diverso. Non una consolazione, ma una proposta precisa.

1. La fragilità come dono
“La fragilità è un dono e voi dovete imparare a difendere la vostra fragilità, perché noi non dobbiamo diventare forti.”
Non diventare forti. Difendere la fragilità. Questa inversione è radicale rispetto al messaggio che di solito si riceve nel corso della vita. La forza viene presentata come l’obiettivo da raggiungere: resistere, non farsi toccare, andare avanti nonostante tutto, non mostrare mai di vacillare. Gabriella Tupini dice che quell’obiettivo è sbagliato, o almeno incompleto. Che la fragilità – la capacità di essere toccati, di sentire, di essere mossi da quello che accade – è un dono da proteggere, non un difetto da correggere.
Questa consapevolezza ha raggiunto anche me in un momento preciso: quando ho capito che la sensibilità che mi portavo dietro come un peso era la stessa che mi permetteva anche di scrivere in un modo che toccava le persone. Non ero “troppo sensibile”. Ero sensibile nel modo giusto per fare quello che faccio. La differenza tra quel capire e il prima è stata enorme, e mi ha permesso di percorrere strade che altrimenti non avrei percorso.
2. La corazza che anestetizza
“Noi cerchiamo di essere forti anestetizzandoci, ci facciamo una corazza, e questo lì per lì ci salva, però ci impedisce poi di capire il mondo, ci allontana dalle emozioni, ci impedisce di capire noi stessi e gli altri.”
La corazza funziona, e Gabrille Tupini lo riconosce senza giudicare chi se l’è costruita. “Lì per lì ci salva”, e a volte salvarsi in un momento difficile, proteggere il nucleo più fragile di se stessi da un ambiente che non è sicuro, è necessario e anche saggio. Il problema è dopo, quando le circostanze cambiano, ma la corazza resta.
La corazza che ti ha protetto in un momento di vera vulnerabilità, se non la togli quando il pericolo originale è passato, inizia a fare danni progressivi: ti separa dal mondo, ti allontana dalle emozioni tue e degli altri, ti rende più sicuro nell’apparenza, ma meno vivo nel profondo.
Tante persone portano corazze costruite nell’infanzia o nell’adolescenza, in risposta a situazioni in cui la sensibilità era davvero pericolosa e andava protetta. E quelle corazze continuano a funzionare in automatico molto tempo dopo che il pericolo originale è scomparso dalla vita reale.
3. Riacquistare l’interiorità
“Spesso siamo costretti a farlo quando siamo giovani, poi crescendo riacquisiamo una nostra interiorità, quella che era fragilità, e le diamo il vero amore, cioè sensibilità.”
Crescere, in questo senso, significa togliersi la corazza. Non perché il mondo sia diventato sicuro, non lo diventa del tutto. Ma perché si impara a stare nella propria fragilità in modo diverso: non come esposizione al pericolo, ma come contatto con quello che si è davvero. Quella fragilità, accolta invece che difesa con una corazza, si trasforma in sensibilità: la capacità di capire il mondo, di capire gli altri, di capire se stessi.
La forza che viene dalla fragilità
Paradossalmente, chi ha imparato a stare nella propria fragilità senza fuggirla è più robusto di chi si è corazzato. Non perché non senta: sente più delle persone corazzate. Ma perché sa stare con quello che sente senza esserne travolto e distrutto. Sa attraversarlo. Quella è la vera forza di cui parla Gabriella Tupini: non l’insensibilità come armatura, ma la capacità di sentire tutto e restare in piedi lo stesso.
Gabriella Tupini è psicologa, psicoterapeuta, autrice, consulente sulla crescita interiore e sulla psicologia dell’emozione, una delle voci più originali e più coraggiose su questi temi.
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