Nasciamo tutti come molti uomini e moriamo come un uomo solo: cosa vuole dirci Heidegger con il suo aforisma

Veniamo al mondo con un numero quasi infinito di possibilità davanti. Potremmo diventare molte cose diverse, abitare molte vite possibili, seguire molte direzioni che non si escludono ancora a vicenda. Poi il tempo passa, le scelte si accumulano, le strade non prese si chiudono una dopo l’altra, non per fallimento, ma per il semplice fatto che scegliere significa sempre anche non scegliere qualcos’altro. E alla fine ci ritroviamo ad essere stati una sola persona: quella precisa che siamo stati, con quella storia lì e nessun’altra. Martin Heidegger aveva condensato in questa frase breve una delle osservazioni più precise sulla traiettoria dell’esistenza umana.

moriamo come un uomo solo

Come nasciamo e come moriamo, tutti

“Ogni uomo nasce come molti uomini e muore come uno solo.”

La struttura è quella del contrasto tra due estremi della vita. All’inizio: la molteplicità, l’apertura, la potenzialità pura. Alla fine: l’unicità, la singolarità irreversibile di quello che si è stati.

Nascere come molti

Cosa significa nascere come molti uomini? Significa arrivare al mondo senza ancora essere stati niente di definito e definitivo. Il bambino che nasce è, in senso molto reale, tutti gli uomini che potrebbe diventare: il musicista e il matematico, il solitario e il padre di famiglia numerosa, il coraggioso e il prudente, quello che resterà vicino alle proprie radici e quello che partirà verso l’ignoto. Nessuna di queste versioni è ancora stata scelta consapevolmente, nessuna è stata esclusa, nessuna è ancora impossibile.

Mio figlio ha adesso quattordici anni e, quando lo guardo, vedo tutte le possibilità a cui si riferisce Victor Hugo. Non so ancora chi diventerà, e questa inconsapevolezza è anche una forma di libertà meravigliosa, sua e mia insieme. Tutti gli uomini che potrà diventare sono ancora qui, presenti, in attesa di essere scelti o esclusi dalla vita.

Il progressivo restringersi

Tra la nascita e la morte c’è il processo graduale e inevitabile del diventare qualcuno. Ogni scelta esclude qualcosa. Ogni strada presa chiude le strade non prese. Non è una perdita in senso negativo: è la forma che prende la vita concreta, reale, vissuta. Ma è un restringersi progressivo dalla molteplicità verso l’unicità.

Heidegger era profondamente interessato a questo processo, a come l’essere umano si confronti con la propria finitezza, con il fatto che il tempo scorre in una sola direzione e non torna, e che ogni momento vissuto diventa irrecuperabile nel momento stesso in cui lo si vive. Per Heidegger, la consapevolezza della morte non era qualcosa da evitare o da addomesticare: era la condizione che dà senso e urgenza a ogni scelta.

Morire come uno solo

“Muore come uno solo”: alla fine, si è stati esattamente quella persona lì, con quella storia lì, con quelle scelte lì. Non un’altra. Non le versioni possibili che non si sono realizzate. Quella morte non è solo biologica, è anche il momento in cui si chiude definitivamente il capitolo di chi si è stati, con tutto quello che c’era dentro e tutto quello che non c’è mai entrato.

C’è qualcosa di malinconico in questa frase di Heidegger, ma anche qualcosa di molto preciso e molto onesto che non si può ignorare. La vita ha questa forma: comincia larga, aperta su tutte le direzioni possibili, e finisce stretta, raccolta intorno a quello che si è davvero stati. E quello che si fa nel mezzo – le scelte, le rinunce, i percorsi – è il passaggio dall’una all’altra, il processo con cui si diventa qualcuno di specifico invece di rimanere la potenzialità pura di tutti gli esseri umani possibili.

Martin Heidegger è stato filosofo tedesco, nato nel 1889 e morto nel 1976, autore di Essere e Tempo, uno dei testi fondamentali della filosofia del Novecento, pensatore centrale dell’esistenzialismo e della fenomenologia.

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