Andreoli: le madri e i padri terrorizzati dai pericoli che corrono i figli hanno un problema di insicurezza

Stai facendo una cosa apparentemente innocua: tuo figlio è uscito con gli amici e, da un po’, non risponde al telefono. Guardi l’orologio. Allora prendi e gli scrivi un messaggio. Nessuna risposta; nella tua testa, in pochi minuti, comincia a succedere di tutto: un incidente, una cattiva compagnia, qualcosa che non va. Più immagini scenari terribili, più senti il bisogno di controllarlo. Ma se quella paura non raccontasse soltanto quanto ami tuo figlio? E se, dietro il bisogno di proteggerlo da ogni pericolo, ci fosse anche una tua paura più profonda? È proprio da qui che parte la riflessione di Vittorino Andreoli.

pericoli che corrono i figli

Cosa c’è dietro la paura di un genitore?

C’è una paura che nessun genitore ammette volentieri: quella di non riuscire a proteggere abbastanza il proprio figlio. È una paura normalissima che può comparire mentre lui esce da casa, quando sale in macchina, quando parte per una vacanza o semplicemente quando tarda a rispondere a un messaggio. All’inizio sembra amore, e in buona parte lo è. Tuttavia, può diventare qualcosa di diverso quando ogni rischio viene ingigantito, ogni imprevisto trasformato in una minaccia e ogni passo verso l’autonomia vissuto come un possibile disastro.

È proprio qui che la frase di Vittorino Andreoli colpisce nel segno:

“Le madri o i padri terrorizzati dai pericoli che corrono i figli manifestano prima di tutto problemi di insicurezza, personale o di ruolo.”

Non dice che chi ha paura ama poco, ma che qualche volta, dietro la paura per un figlio, c’è la paura di un genitore che non si sente abbastanza sicuro di sé.

Parliamoci chiaro: non si può eliminare la preoccupazione, perché sarebbe impossibile e persino innaturale. Invece, si deve capire quando la prudenza smette di proteggere e comincia a nutrire l’ansia. Un genitore sicuro non è quello che pensa che ai figli non accadrà mai nulla, ma quello che sa di poter affrontare anche ciò che non può prevedere. Quindi, prima di chiedersi “come posso evitare che gli succeda qualcosa?”, sarebbe utile chiedersi “perché io faccio così fatica a tollerare che possa succedere qualcosa?” A volte la risposta racconta molto più del figlio che del mondo.

Sai che proteggere diventa un modo per sentirsi ancora indispensabili?

Sotto sotto Andreoli fa capire che l’insicurezza può essere “di ruolo”. Essere genitori significa sentirsi responsabili di una vita che, soprattutto nei primi anni, dipende completamente da loro. Il figlio ha bisogno di essere accompagnato, controllato, corretto, protetto. Poi, però, arriva il momento in cui quella stessa creatura comincia a fare tutto da sola: prima smettendo di volere uscire insieme a mamma e papà e, a seguire, partire, sbagliare, prendere decisioni. Insomma, comincia a fare esattamente ciò che dovrebbe fare: diventare se stesso. Per il genitore, però, non sempre è facile assistere a questa trasformazione. Per anni il suo ruolo è stato quello di proteggere; improvvisamente deve imparare a lasciare spazio e farlo può sembrare, soprattutto all’inizio, quasi come smettere di essere importante.

Così arrivano le raccomandazioni infinite, le telefonate, i messaggi. Una volta può essere attenzione. Dieci volte al giorno può diventare controllo. E naturalmente tutto viene accompagnato dalla frase più inattaccabile del repertorio genitoriale: “lo faccio per il tuo bene.” A volte è vero; altre volte, forse, sarebbe più onesto aggiungere: “lo faccio anche perché ho bisogno di sentirmi tranquillo.”

Il genitore dovrebbe progressivamente passare dal ruolo di scudo a quello di bussola: non eliminare tutti gli ostacoli, ma insegnare come affrontarli. Il consiglio, allora, è imparare a sopportare quella sensazione di inutilità che può arrivare quando un figlio diventa autonomo. Non è la fine del proprio ruolo, ma semplicemente il suo cambiamento.

L’amore più difficile è quello che lascia andare

Cosa ha voluto dire Andreoli? Un genitore non può amare un figlio senza avere paura, ma può imparare a non trasformare quella paura in una prigione, perché il mondo non diventerà mai completamente sicuro. Ci saranno persone sbagliate, delusioni, errori, cadute, scelte incomprensibili e momenti in cui il genitore vorrebbe essere lì, accanto al figlio, per evitare tutto. Ma non potrà esserci sempre. E forse è proprio questo che rende così difficile crescere un figlio: prepararlo a una vita nella quale non sarà possibile proteggerlo da ogni dolore.

Un genitore può insegnargli a stare attento, a riconoscere i pericoli, a chiedere aiuto, a non fidarsi di chiunque. Può stabilire regole e limiti quando servono. Può soprattutto mostrargli, con il proprio esempio, che la paura non deve impedire di vivere, ma non può attraversare la strada al suo posto. Non può scegliere tutte le sue amicizie né, tantomeno, può impedirgli di innamorarsi della persona sbagliata o di prendere una decisione che farà soffrire. E, per quanto possa sembrare terribile, non può trasformarsi in una presenza permanente nella sua vita senza rischiare di soffocarla.

Il vero compito di un genitore, allora, non è costruire intorno al figlio un mondo senza pericoli, ma aiutarlo a diventare una persona capace di affrontare un mondo che, inevitabilmente, qualche pericolo lo contiene. Tutto questo, caro lettore, significa dargli radici abbastanza solide per restare in piedi e ali abbastanza forti per andare lontano. Anche quando, guardandolo partire, il cuore del genitore vorrebbe ancora gridargli: “aspetta, torna indietro.” E forse proprio in quel momento dovrebbe fare un respiro, sorridere e lasciarlo andare. È quello, dopotutto, il giorno per cui hai cercato di prepararlo per tutta la vita.

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