Perché ai bambini piacciono le storie di paura: Bruno Bettelheim, le fiabe e il coraggio di guardare il lupo in faccia

Ogni genitore conosce quella scena: il bambino che chiede di sentire ancora la storia del lupo, della strega, del mostro nel bosco, quella stessa storia che lo spaventa, che lo fa rannicchiare sotto le coperte, che a volte lo fa svegliarsi di notte. E il genitore che si chiede se sia il caso di continuare a raccontarla. Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha dedicato il libro della sua vita a rispondere a questa domanda. La sua risposta è stata: sì, continuate. Il lupo serve. La strega serve. E toglierle sarebbe un errore.

Perché ai bambini piacciono le storie di paura

Il mondo incantato e la tesi di Bettelheim

Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (titolo originale: The Uses of Enchantment, 1976) è il libro con cui Bruno Bettelheim ha cambiato il modo in cui molti adulti leggono le fiabe ai bambini. L’edizione italiana è pubblicata da Feltrinelli.

La tesi centrale è questa: le fiabe classiche – quelle dei fratelli Grimm, di Charles Perrault, dei narratori anonimi della tradizione orale – non sono racconti rassicuranti con una morale pedagogica. Sono storie che mettono in scena le paure più profonde dell’infanzia: la paura di essere abbandonati, di essere divorati, di non essere amati, di essere sopraffatti da forze più grandi. E proprio per questo funzionano.

Bettelheim scrive:

“La fiaba è orientata verso il futuro e guida il bambino – in termini che egli riesce a capire sia nella mente sia nel cuore – verso l’abbandono dei desideri infantili di dipendenza e il raggiungimento di una più elevata umanità.”
– Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli

Il bambino, nella lettura di Bettelheim, non distingue tra il proprio mondo interno e quello esterno nel modo in cui lo fa un adulto. Le sue paure non sono ancora verbalizzate, non sono ancora razionalizzate: sono presenze. E le fiabe danno un nome e una forma a quelle presenze – le rendono il lupo, la strega, l’orco – permettendo al bambino di affrontarle simbolicamente, dentro la storia, dentro il luogo sicuro del letto e della voce di un adulto.

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Cappuccetto Rosso e il lupo: la paura di essere inghiottiti

Cappuccetto Rosso è, nella lettura di Bettelheim, una storia sull’impulso e sulle sue conseguenze. Il lupo non è solo un animale pericoloso: è la rappresentazione di quelle forze interne che il bambino sente dentro di sé: l’impulsività, il desiderio di fare a modo proprio, l’attrazione per il proibito.

La bambina incontra il lupo perché si ferma, si distrae, non segue le istruzioni che le sono state date. Il lupo arriva prima di lei dalla nonna. La scena dell’inghiottimento – così crudele se letta in senso letterale – è, in senso simbolico, l’esperienza di essere sopraffatti dalle proprie pulsioni. La salvezza finale (nella versione dei Grimm il cacciatore taglia la pancia al lupo) è la possibilità di tornare in vita dopo essersi perduti, di imparare dalla paura, non solo di subirla.

Il bambino che sente questa storia non ha bisogno di capirla consciamente. Bettelheim sostiene che l’elaborazione avviene a un livello più profondo: la storia parla direttamente all’inconscio del bambino, che vi riconosce la propria esperienza interna e trova, nel lieto fine, un messaggio rassicurante: si può sopravvivere anche al lupo.

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Hänsel e Gretel: la paura dell’abbandono

“Solo le fiabe che prendono sul serio le difficoltà dell’esistenza possono aiutare il bambino ad affrontarle.” –  Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli

Hänsel e Gretel è una storia ancora più antica e ancora più cruda: due bambini abbandonati nel bosco dai genitori, attirati in una casa di dolci da una strega che vuole mangiarli. È quasi insostenibile, letta con gli occhi di un adulto.

Bettelheim la legge come la storia più onesta sulla paura di abbandono che la letteratura per l’infanzia abbia mai prodotto. Quella paura – il terrore che i genitori possano smettere di volerci, che il cibo possa finire, che la casa possa sparire – è una delle paure primarie dell’infanzia. I bambini la sentono anche quando non ne hanno motivo razionale. La fiaba non la minimizza: la mette in scena, la porta all’estremo, e poi mostra come due bambini riescano a sconfiggere la strega, a trovare la strada di casa, a tornare.

La strega è la versione oscura della madre: quella che nutre (la casa è fatta di dolci), ma che vuole anche divorare. È una delle immagini più potenti dell’ambivalenza emotiva che il bambino vive nei confronti dei genitori: ama, teme, dipende e a volte odia. La fiaba dà forma a quell’ambivalenza senza spiegarla, senza risolverla in modo artificiale, semplicemente raccontandola.

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La paura vissuta in un luogo sicuro

Il meccanismo che Bettelheim descrive non è diverso da quello che gli adulti cercano nel cinema horror, nei romanzi di suspense, nelle storie di fantasmi intorno al fuoco. La paura vissuta dentro una storia è una paura che si può reggere, che si può elaborare, che lascia qualcosa di utile.

Per il bambino, quella cornice è il letto, le coperte, la voce dell’adulto che legge. È uno spazio di contenimento: la storia spaventa, ma la voce rassicura. Il bambino sa che è una storia – anche quando sembra non saperlo – e quella consapevolezza, anche implicita, è la condizione che rende la paura sopportabile e trasformativa.

Togliere il lupo dalla storia, addolcire la strega, salvare sempre tutti senza conseguenze: per Bettelheim è una scelta sbagliata. Non perché la crudeltà sia un valore, ma perché le versioni edulcorate privano la storia della sua funzione. Una fiaba senza pericolo reale non prepara a niente. È solo un racconto gentile che non dice nulla di quello che la vita sarà.

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Una nota sulla figura di Bettelheim

Il mondo incantato rimane un libro importante e molto citato, ma Bettelheim è una figura controversa. Dopo la sua morte, nel 1990, sono emerse accuse di plagio – in particolare nei confronti dell’opera dello psichiatra Julius Heuscher – e di gravi irregolarità nel suo lavoro clinico alla Sonia Shankman Orthogenic School di Chicago. Alcune delle sue tesi cliniche sono state smentite o ridimensionate dalla ricerca successiva.

Tutto questo non annulla il valore di Il mondo incantato come interpretazione delle fiabe: le sue intuizioni sull’utilità della paura narrativa nell’infanzia trovano supporto in molte ricerche più recenti. Ma è giusto leggerlo sapendo che l’autorità dell’autore è stata messa in discussione, e valutarlo per quello che dice, non per chi lo dice.

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Calvino e la fiaba italiana

Italo Calvino, che nel 1956 pubblicò per Einaudi la raccolta Fiabe italiane – ora disponibile nell’edizione Mondadori – aveva una posizione vicina a quella di Bettelheim, anche se arrivata da una direzione diversa: letteraria, non psicoanalitica.

Nella sua introduzione alla raccolta, Calvino scrive:

“Le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita.” – Italo Calvino, Fiabe italiane, Mondadori

Quella “spiegazione generale della vita” non esclude la paura. Le fiabe italiane raccolte da Calvino sono piene di orchi, di streghe, di prove impossibili, di bambini in pericolo. Sono storie che non mentono sul fatto che il mondo possa essere pericoloso, e che mostrano, ogni volta, che è possibile attraversarlo.

Bettelheim e Calvino, da prospettive diverse, dicono la stessa cosa: la fiaba non serve a rassicurare i bambini che il pericolo non esiste. Serve a mostrar loro che si può affrontarlo, e sopravvivere.

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