Era fine ottobre e il tramonto sul lungomare aveva quella qualità strana che hanno solo i tramonti di stagione: luce dorata, aria fresca, il mare che cambiava colore ogni cinque minuti come se non riuscisse a decidersi.
Su una panchina, con il mare davanti, erano seduti due uomini.
Uno era magro, la schiena leggermente curva, gli occhi scuri che guardavano l’orizzonte con un’intensità che non era ammirazione: era interrogazione. Giacomo Leopardi aveva l’aria di chi trova bellissimo esattamente quello che lo fa stare male.
L’altro aveva un cappello scuro in testa e un taccuino sulle ginocchia, anche se non stava scrivendo. Fernando Pessoa – o meglio, in quel momento, Bernardo Soares, il suo eteronimo più malinconico, quello che aveva scritto Il libro dell’inquietudine – guardava il mare con l’espressione di chi lo ha già visto troppe volte e continua a non capirlo.
A pochi metri da loro, Elena, cinquantaquattro anni, in pensione anticipata da sei mesi, stava facendo la sua passeggiata serale. Si fermò – come faceva sempre davanti alle panchine occupate da persone che sembravano stare dicendo cose importanti – e rimase lì, appoggiata al parapetto, con l’aria di chi finge di guardare il mare ma in realtà sta ascoltando.

«Ho sempre pensato,» disse Leopardi, senza voltarsi, «che la felicità sia una questione di distanza.»
«Distanza da cosa?» disse Pessoa.
«Da tutto quello che già conosciamo.» Fece una pausa. «Ho scritto, una volta, di un venditore di almanacchi. Un uomo che ogni anno vendeva calendari nuovi: l’anno nuovo, la vita nuova, la speranza nuova. E un passeggere lo fermava e gli chiedeva: ma lei, dell’anno passato, rifarebbe tutto? Vorrebbe rivivere esattamente la stessa vita?»
«E lui?»
«Nessuno lo vorrebbe. Mai nessuno.» Leopardi si voltò verso Pessoa. «Eppure tutti si aspettano che l’anno nuovo sia bello. Che la vita futura sia migliore. Come se la felicità esistesse, ma sempre altrove, sempre dopo, sempre in qualcosa che non si è ancora vissuto.»
Pessoa annuì lentamente. «La conclusione?»
Leopardi guardò di nuovo il mare. «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.»
Leggi anche: L’aforisma di Confucio che ci spiega come iniziare una seconda vita senza rimpiangere il passato
Elena smise di fingere di guardare il mare.
Sei mesi di pensione. Aveva aspettato quel momento per anni: finalmente tempo libero, finalmente niente scadenze, finalmente lei. E invece adesso stava passeggiando sul lungomare ogni sera alle diciotto come se fosse diventato un lavoro, e la mattina si svegliava con una domanda in testa che non riusciva a togliersi: e adesso?
Aveva immaginato la pensione per così tanto tempo. E adesso che era arrivata, l’immaginazione aveva smesso di funzionare.
«È una trappola elegante,» disse Pessoa. «La felicità come orizzonte. La insegui, e si sposta. Ti avvicini, e scompare.» Aprì il taccuino, lo richiuse. «Io ho scritto che la felicità è quella che non si ha. Non perché sia impossibile, ma perché nel momento in cui crediamo di averla, la riconosciamo solo guardandola da fuori.»
«Esattamente,» disse Leopardi. «È la distanza che la rende bella.»
«E allora,» disse Pessoa, «cosa si fa? Si smette di cercarla?»
«No.» Leopardi scosse la testa. «Si smette di pretendere di trovarla.»
Pensate all’ultima volta che avete desiderato qualcosa con forza: una vacanza, una promozione, una relazione, un periodo della vita diverso da quello che stavate vivendo. E poi quella cosa è arrivata. Ed era bella, sì, ma non esattamente come l’avevate immaginata. Un po’ meno luminosa. Un po’ più ordinaria.
Leopardi avrebbe detto: è normale. Non siete voi il problema. È la natura della felicità: vive nell’attesa, non nell’arrivo.
Pessoa avrebbe detto: e allora forse il punto non è arrivare. È imparare a stare bene nell’attesa. A trovare qualcosa di prezioso proprio nel desiderare.
Leggi anche: La felicità è fragile e difficile da afferrare: per Haruki Murakami c’è un solo modo per non rimpiangerla
«Senta,» disse Pessoa, «lei fa della felicità una cosa tragica. Come se il fatto che sia irraggiungibile fosse una condanna.»
«Non è una condanna,» disse Leopardi, con una calma inaspettata. «È una descrizione. Io non dico che bisogna smettere di sperare; dico che bisogna sapere cosa si sta sperando. Non la vita che si conosce. Sempre quella che non si conosce ancora.»
«E questo consola?»
«No,» disse Leopardi. «Ma almeno è onesto.»
Pessoa sorrise, cosa rara, per Bernardo Soares. «Anch’io ho scritto una cosa simile. Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.» Si fermò. «Non è consolare. Ma è vera.»
Leopardi lo guardò con qualcosa che assomigliava al rispetto. «Già. I sogni restano. Anche quando tutto il resto non funziona.»
Elena si era spostata di qualche passo lungo il parapetto, ma continuava ad ascoltare.
Aveva sempre pensato che la malinconia fosse una cosa da evitare. Da combattere con l’ottimismo, con i progetti, con le liste di cose da fare. E invece quei due uomini sulla panchina stavano dicendo qualcosa di diverso: che la malinconia, forse, non è il contrario della felicità. È il segno che stiamo desiderando qualcosa. Che siamo ancora vivi abbastanza da volere.
«Però,» disse Pessoa, «c’è una differenza tra noi. Lei, Leopardi, soffre per quello che manca. Io ho imparato – o almeno ci ho provato – a trovare una forma di pace proprio nell’assenza.» Aprì di nuovo il taccuino, questa volta lo tenne aperto. «Ho scritto che sognare è la cosa più saggia che possiamo fare, perché non rischiamo di rimanere delusi dalla realtà. Non è rassegnazione. È una scelta.»
«Una scelta di cosa?» disse Leopardi.
«Di non aspettarsi che la realtà coincida mai con quello che immaginiamo. Di tenere l’immaginazione per sé, come qualcosa di prezioso, invece di buttarla contro il mondo e poi raccogliere i pezzi.»
Leopardi rimase in silenzio un momento. Il sole stava quasi finendo di tramontare. Il mare era diventato quasi viola.
«Forse,» disse alla fine, «la differenza tra noi è questa: io continuo ad aspettarmi qualcosa dal mondo. Lei ha smesso.»
«Non ho smesso,» disse Pessoa, con dolcezza. «Ho solo spostato l’aspettativa. Dal mondo a me stesso.»
Elena si voltò verso di loro, quasi senza volerlo. Come se stesse per dire qualcosa. Poi non disse niente. Ma rimase lì, invece di riprendere la passeggiata.
Aveva capito una cosa. La pensione non era deludente perché era brutta. Era deludente perché aveva smesso di immaginarla nel momento in cui era arrivata. Aveva desiderato quella libertà per anni, e poi – quando era diventata reale – non sapeva più cosa farsene, perché tutta l’energia l’aveva messa nel desiderarla, non nel viverla.
Forse il punto non era trovare qualcosa di nuovo da aspettare. Era imparare a stare dentro quello che già aveva, con la stessa attenzione con cui aveva immaginato il futuro.
Leggi anche: 5 frasi d’autore che ti aiutano a ritrovare l’interesse per la vita dopo la pensione e a rimetterti in gioco
Il tramonto era finito. Il mare era scuro, con solo qualche riflesso di luce rimasto.
«Allora,» disse Pessoa, chiudendo il taccuino, «cos’è la felicità?»
Leopardi ci pensò su. Poi, con quella sua voce che sembrava sempre contenere qualcosa di più di quello che diceva: «È quello che sta per venire. Sempre. È il venditore di almanacchi che torna ogni anno, e ogni anno noi compriamo il calendario nuovo. Non perché siamo ingenui. Ma perché senza quell’almanacco, l’anno non inizia.»
Pessoa si alzò, si sistemò il cappello. «E lei lo compra ancora, quell’almanacco?»
Leopardi rimase seduto. Guardò il mare scuro. «Ogni anno,» disse. «Ogni anno.»
Elena riprese a camminare, ma più lentamente. Il lungomare si stava svuotando e le luci dei lampioni si erano accese, una dopo l’altra, come se qualcuno stesse prendendo nota di chi era ancora fuori a quell’ora.
Non aveva risolto niente. Non sapeva ancora cosa fare dei suoi giorni liberi, della sua pensione, di quella domanda del mattino. Ma aveva capito una cosa sola, che forse bastava per quella sera: che il problema non era non avere più niente da aspettare. Era che non aveva ancora iniziato a immaginare.
E immaginare, si può sempre. A qualsiasi età. In qualsiasi momento.
Anche su un lungomare a fine ottobre, con il mare scuro e i lampioni accesi e due uomini su una panchina che avevano detto, senza saperlo, esattamente quello di cui aveva bisogno.
Leggi anche: Il tuo destino esiste già dal momento in cui riesci a immaginarlo davvero: 4 citazioni di Concita De Gregorio
La felicità non è qualcosa che si trova e si tiene. È qualcosa che vive nello spazio tra quello che siamo e quello che immaginiamo di poter essere. Leopardi lo sapeva, e ne soffriva. Pessoa lo sapeva, e ci aveva fatto la pace.
Forse la strada non è né l’una né l’altra: né soffrire per quello che manca né rassegnarsi a non averlo. È continuare a immaginare, anche quando la realtà non corrisponde. Continuare a comprare l’almanacco, anche sapendo che l’anno non sarà mai esattamente quello che speravamo.
Quella cosa che aspetti, che speri, che tieni nel cassetto perché “non è ancora il momento”, forse non ha bisogno di diventare reale per avere valore. Ha già valore adesso, nel solo fatto che la desideri. E quel desiderio, se lo ascolti, ti dice chi sei e dove vuoi andare.
Fonti delle citazioni
- “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura” – Giacomo Leopardi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, in Operette morali (1827).
- “La felicità è quella che non si ha” – Fernando Pessoa (eteronimo Bernardo Soares), Libro dell’inquietudine, a cura di Antonio Tabucchi, trad. Maria José de Lancastre, Feltrinelli, Milano, 1986. Frammento 12.
- “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo” – Fernando Pessoa (eteronimo Álvaro de Campos), Tabaccheria (Tabacaria, 1928), poesia. Nota: questa citazione appartiene all’eteronimo Álvaro de Campos, non a Bernardo Soares, la voce più pessimista e ironica di Pessoa, diversa dalla malinconia quieta di Soares. È stata attribuita nel dialogo a Pessoa come autore complessivo, ma la distinzione è importante: Campos e Soares hanno visioni della felicità diverse, accomunate però dal rifiuto dell’illusione.
- “Sognare è la cosa più saggia che possiamo fare, perché non rischiamo di rimanere delusi dalla realtà” – Fernando Pessoa (eteronimo Bernardo Soares), Libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano, 1986. Frammento 259.