Fa buio prima: “Penso che nel mondo si lavori troppo”, l’Elogio dell’ozio di Bertrand Russell per le sere d’autunno

A ottobre il buio arriva prima. Alle sei di sera la luce è già andata, e si torna a casa in un’oscurità che non è ancora invernale, ma non è più autunnale nel senso mite del termine. Sono le sere in cui non si ha voglia di fare niente di utile, e spesso ci si sente in colpa per questo. Bertrand Russell, nel 1932, aveva già scritto qualcosa di preciso su questa colpa. Aveva scritto che è sbagliata. Che il problema non sono le sere in cui non facciamo niente: è che ci è stato insegnato a considerare il lavoro come una virtù assoluta. E che questa convinzione, scriveva, fa molto danno.

Elogio dell’ozio di Bertrand Russell

La tesi: la morale del lavoro è la morale degli schiavi

Bertrand Russell comincia il saggio Elogio dell’ozio con una confessione: da bambino gli era stato insegnato il proverbio inglese secondo cui il diavolo trova sempre qualcosa da fare per le mani in ozio. Quella convinzione – il lavoro come virtù, l’ozio come vizio – è rimasta nella sua coscienza. Ma le sue opinioni, scrive, sono cambiate radicalmente.

La tesi centrale del saggio è questa: la convinzione che il lavoro sia una virtù fa molto danno. La strada verso il benessere collettivo passa per una riduzione organizzata del lavoro, non per lavorare di più.

Russell distingue due tipi di lavoro. Il primo consiste nel muovere materiali da un posto all’altro, quello che i contadini, gli operai, i lavoratori manuali hanno fatto per secoli: è fisicamente faticoso e generalmente mal retribuito. Il secondo consiste nell’ordinare ad altri di fare il primo tipo di lavoro: è meno faticoso, è meglio pagato, e include politici, manager, pubblicisti e buona parte delle professioni che la società considera più rispettabili.

Ma il punto più affilato del saggio non è la critica alle élite. È la critica alla morale del lavoro come ideologia:

“La morale del lavoro è la morale degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno della schiavitù.” – Bertrand Russell, In Praise of Idleness, 1932 (trad. it. Elogio dell’ozio, TEA)

Russell non sta dicendo che non bisogna lavorare. Sta dicendo che il lavoro – nella cultura capitalista e nelle sue varianti socialiste – è stato trasformato da mezzo in fine. Si lavora non per vivere meglio, ma perché lavorare è moralmente giusto. E questa inversione, scrive Russell, serve storicamente a giustificare che chi lavora di più sia pagato di meno e abbia meno potere di chi non lavora affatto.

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Il tempo libero non è pigrizia: è la base della civiltà

La parte del saggio che ha resistito meglio agli anni non è la critica al capitalismo, quella ha molti precursori e molti continuatori. È la riflessione sul tempo libero come condizione della cultura.

Russell calcola che, con le tecnologie disponibili nel 1932, sarebbe già stato possibile garantire a tutti il necessario con quattro ore di lavoro quotidiano. Non lo si faceva – e non lo si fa ancora oggi, nonostante la produttività sia aumentata in modo esponenziale – perché il sistema non ha interesse a distribuire il tempo liberato dalla macchina. Preferisce che chi lavora continui a lavorare troppo, e che chi non ha lavoro sia povero.

Ma il punto che Russell tiene a fare non è solo economico. È questo: cosa succederebbe se le persone avessero più tempo? Non tempo per consumare di più, ma tempo per essere qualcosa di diverso da lavoratori e consumatori.

Russell pensa al tempo libero come allo spazio in cui la curiosità umana respira. Il tempo per leggere senza uno scopo, per camminare senza una destinazione, per imparare qualcosa che non produce nessun vantaggio materiale. La musica, la conversazione, la riflessione, il gioco. Tutto quello che non si può quantificare in ore di produttività e che costituisce, nella lettura di Russell, l’unica cosa che rende la vita effettivamente degna di essere vissuta.

“Il tempo libero è essenziale alla civiltà, e in tempi passati il tempo libero di pochi era possibile solo grazie alla fatica dei molti.” –  Bertrand Russell, In Praise of Idleness, 1932 (trad. it. Elogio dell’ozio, TEA)

La differenza del mondo moderno, dice Russell, è che la tecnologia ha creato per la prima volta la possibilità di un tempo libero per tutti. Ma quella possibilità non viene usata. Si lascia che la produttività extra venga assorbita da chi già ha di più, mentre chi lavora continua a lavorare le stesse ore o di più.

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Cosa c’entra il buio d’autunno

Il saggio di Bertrand Russell non è un testo di consigli per il benessere personale. Non sta dicendo di staccare il telefono la sera o di praticare il reset domenicale. Sta facendo un’analisi politica ed economica: il problema non è la gestione individuale del tempo, è la struttura del sistema che distribuisce quel tempo in modo profondamente iniquo.

Eppure c’è qualcosa nel tono di Russell che si adatta bene alle sere di ottobre. Le sere in cui si è stanchissimi e si vorrebbe fare niente, e si sente quella voce che dice che si dovrebbe essere più produttivi.

Russell direbbe che quella voce è ideologia. Che il senso di colpa per il riposo è una costruzione culturale al servizio di interessi economici precisi. Che leggere per il piacere di leggere, guardare il soffitto, fare una passeggiata senza scopo non è sprecare il tempo: è usarlo nel modo per cui, secondo Russell, è stato fatto.

Non è la soluzione di tutti i problemi. Ma è, almeno, un’ottima risposta alla voce che dice che stai perdendo tempo mentre guardi il buio arrivare.

Chi era Russell e da dove viene questo saggio

Bertrand Russell – matematico, filosofo, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1950 – è uno degli intellettuali più influenti del Novecento. Scrisse di logica matematica (Principia Mathematica, con Alfred North Whitehead), di filosofia analitica, di politica, di educazione, di morale. Fu pacifista, antimilitarista, critico dell’imperialismo britannico. Andò in prigione durante la prima guerra mondiale per le sue posizioni contrarie alla coscrizione obbligatoria.

Elogio dell’ozio (In Praise of Idleness) uscì nel 1932 – nel pieno della Grande Depressione – come raccolta di saggi. Il pezzo che dà il titolo al volume era apparso l’anno prima su una rivista. Russell aveva sessant’anni, era già famoso, e non aveva più bisogno di compiacere nessuno. Il tono del saggio è di conseguenza diretto, ironico, tagliente.

In Italia il libro è disponibile nell’edizione TEA, Elogio dell’ozio, traduzione di Elisa Marpicati.

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