Quanto è facile convincersi di conoscere qualcuno senza aver mai provato davvero a guardare oltre ciò che mostra? Una parola, una reazione, un modo di comportarsi possono bastare per farci cambiare idea su una persona. La giudichiamo per quello che vediamo, senza chiederci cosa ci sia dietro. Gabriella Tupini invita invece a fare un passo diverso: fermarsi, osservare e provare a comprendere prima di arrivare a una conclusione perché ogni persona ha una parte che gli altri non vedono, fatta di esperienze, paure e fragilità. Quando smettiamo di sentirci sicuri del nostro giudizio che iniziamo davvero a capire chi abbiamo davanti, ma per riuscirci, prima o poi, dobbiamo imparare a guardare anche dentro noi stessi.

1. Sei sicuro di conoscere la storia di tutti quelli che conosci?
Giudicare qualcuno è una cosa che facciamo quasi senza accorgercene. Ci basta vedere un comportamento che non condividiamo o ascoltare parole che ci infastidiscono. In quel momento ci sembra di avere già capito tutto. Ma è proprio lì che rischiamo di sbagliare.
Non sappiamo quali battaglie sia combattendo quella persona, cosa l’abbia portata a reagire in quel modo. Vediamo un pezzo della sua storia e, con quello, pretendiamo di raccontarla tutta. Gabriella Tupini lo dice con una semplicità che arriva dritta al punto:
“Nella vita non bisogna giudicare, bisogna capire. Se giudicate vuol dire che non avete capito.”
Capire non significa essere d’accordo con tutto, ma concedersi la possibilità di conoscere prima di decidere e questo, forse, dovremmo ricordarcelo più spesso: dietro ciò che vediamo c’è sempre qualcosa che ci sfugge.
2. Ci stiamo facendo la domanda giusta?
Ci sono momenti in cui siamo convinti di avere ragione, poi però può bastare una domanda per rimettere tutto in discussione. Gabriella Tupini propone proprio questo:
“Se vi viene da giudicare, dite: ‘cos’è che non ho capito?’, e ricominciate daccapo. E per capire gli altri dobbiamo capire noi stessi.”
Ricominciamo daccapo. È forse la parte più difficile. Vuol dire ammettere che la nostra prima impressione potrebbe essere sbagliata, che magari abbiamo ascoltato solo quello che volevamo sentire o interpretato l’altro attraverso qualcosa che appartiene a noi. Non ci pensiamo spesso, ma anche noi entriamo nelle relazioni con il nostro passato e così, qualche volta, reagiamo alla persona che abbiamo davanti senza renderci conto che stiamo reagendo anche a ciò che ci portiamo dentro.
Conoscere se stessi serve anche a questo: a non attribuire sempre agli altri ciò che, in parte, nasce dentro di noi. E forse quella domanda – “Cos’è che non ho capito?” – può essere un buon modo per ricominciare.
3. Riconosci le tue fragilità?
“L’aver guardato se stessi comporta la capacità di vedere gli altri. Se io ho guardato me stesso e le mie fragilità, riesco a riconoscere le fragilità dell’altro, e allora capisco perché l’altro mi sta attaccando.”
Quando qualcuno ci attacca, la prima cosa che pensiamo è quasi sempre: “Perché ce l’ha con me?” Ci viene naturale difenderci, rispondere, restituire la stessa durezza. In quei momenti, però, è difficile vedere cosa sta succedendo davvero dall’altra parte.
A volte una persona reagisce male perché:
- è arrabbiata;
- ha paura;
- si sente messa in discussione;
- è fragile.
Non possiamo saperlo sempre, ma possiamo imparare a non fermarci alla superficie. È questo il senso delle parole di Gabriella Tupini. Questo può cambiare anche il modo in cui affrontiamo un conflitto. Non dobbiamo rispondere a una ferita con un’altra ferita. Possiamo scegliere di capire cosa c’è dietro quella reazione, senza per questo rinunciare ai nostri confini.
4. Cosa può esserci dietro una parola cattiva
Ci sono parole che fanno male: alcune rimangono in testa per ore, altre per anni. Le ripensiamo, immaginiamo cosa avremmo potuto rispondere e, ogni volta, torniamo a quel momento. Ma quando ci fermiamo soltanto alle parole, rischiamo di perderci tutto quello che c’era dietro. Gabriella Tupini propone un altro modo di ascoltare:
“Se lo capisco, non mi fa più male, vedo l’altro com’è, vedo prima l’altro e poi quello che dice. Vi dirò di più: non è più tanto importante capire quello che l’altro dice quanto il perché l’altro dice.”
Il perché cambia molto: non sempre dietro una parola cattiva c’è la volontà di fare del male. A volte c’è una persona che non sa spiegarsi, che non sa chiedere, che reagisce nel modo sbagliato a qualcosa che la sta mettendo in difficoltà. Questo significa provare a non lasciare che siano quelle parole a decidere chi è l’altra persona ai nostri occhi.
Quando riusciamo a vedere prima l’essere umano e poi quello che dice, anche ciò che ci ha ferito può assumere un significato diverso e forse alcune parole smettono di farci così male proprio quando iniziamo a capire da dove arrivano.
5. Deporre le “armi”
Tutto questo ci porta a una cosa molto semplice: capire gli altri ci permette di vivere con meno peso addosso. Smettiamo di spendere energie nel tentativo di dare una spiegazione a ogni gesto, di avere l’ultima parola, di dimostrare che abbiamo ragione.
“Capire gli altri: una volta capiti gli altri, tutto cade.”
Cadono molte delle cose che ci tengono legati alla rabbia:
- il bisogno di restituire un torto;
- quella distanza che avevamo messo tra noi.
A volte è sufficiente capire che quella persona è fatta anche delle sue paure, della sua storia, delle sue mancanze, proprio come noi.
Quando arriviamo a questo punto, abbiamo smesso di guardarlo soltanto attraverso ciò che ci ha fatto. Allora sì, qualcosa cade e insieme a quel peso, forse, cade anche una parte della nostra rabbia.