Ti è mai capitato di attraversare un periodo durissimo mentre, agli occhi di tutti, sembravi perfettamente a posto? E ti sei mai chiesto, guardando qualcuno che appare solido e presente, se dietro quella normalità apparente non si nasconda invece qualcosa di molto più pesante di quanto lasci trasparire? Søren Kierkegaard aveva individuato con precisione questo meccanismo psicologico, e la sua osservazione conserva intatta la propria forza a duecento anni di distanza.

Il doppio inganno che gioca su entrambi i lati
Non abbiamo accesso diretto al dolore di nessun altro: possiamo solo dedurlo da quello che vediamo: lacrime, parole, richieste esplicite di aiuto. È l’unico strumento che abbiamo, ed è anche il motivo per cui impariamo, quasi senza accorgercene, a fare lo stesso con noi stessi al contrario: se abbiamo visto che mostrare dolore viene letto, giudicato o usato contro di noi, impariamo a recitare normalità invece di chiederla. I due meccanismi si alimentano a vicenda, e insieme costruiscono un sistema in cui la sofferenza vera può viaggiare invisibile in entrambe le direzioni: non vediamo quella degli altri, e non lasciamo vedere la nostra.
Perché le grida non sono un termometro affidabile
“Non sempre si può giudicare l’intensità del dolore dalle grida.”
È l’errore quasi automatico in cui cadiamo tutti, prima o poi: credere che chi manifesta apertamente la propria sofferenza – con lacrime, sfoghi, richieste esplicite di aiuto – stia necessariamente soffrendo più intensamente di chi resta in silenzio. Ma il dolore più profondo, spesso, non fa alcun rumore. Non cerca testimoni, non chiede riconoscimento pubblico, non si manifesta attraverso segnali facilmente leggibili dall’esterno. Si porta dentro, con una tenacia silenziosa che può apparire come normalità, o addirittura come forza, mentre in realtà è qualcosa di molto più faticoso della semplice stabilità.
Le manifestazioni del dolore sono sempre affidabili?
Non si tratta di sminuire chi esprime il proprio dolore ad alta voce: farlo è spesso necessario, sano, profondamente umano, e non va mai scoraggiato in nessun caso. Ma Kierkegaard indica qualcosa di molto specifico: le manifestazioni esteriori del dolore non sono una misura affidabile della sua reale intensità. C’è chi urla per una difficoltà tutto sommato sopportabile, e chi porta in silenzio qualcosa di devastante senza che nessuno intorno ne sia davvero consapevole. E la tendenza naturale a credere di più a chi mostra apertamente la propria sofferenza rischia di lasciare sole proprio le persone che avrebbero più bisogno di essere raggiunte.
Mi ritrovo spesso a pensare a quanto io stessa tenda a mostrare solo i momenti migliori a chi mi sta intorno, quasi per una forma di pudore verso il dolore. Con il tempo ho capito che questa abitudine è un’arma a doppio taglio: priva me della possibilità di sfogarmi quando ne avrei davvero bisogno, e priva chi mi ama della possibilità di capire quando dovrebbe avvicinarsi di più.
Il silenzio non è sempre negazione
Il silenzio attorno a un dolore non significa automaticamente che quel dolore venga negato o rifiutato. A volte accade che quella sofferenza sia talmente grande da non trovare parole adeguate a descriverla. Altre volte è il risultato di anni in cui mostrare apertamente le proprie fragilità non ha portato nulla di buono, insegnando così a trattenere tutto internamente. E altre volte ancora è semplicemente il modo in cui una persona convive con quella condizione: non per il desiderio di nascondersi, ma perché quel dolore è diventato talmente familiare da non sembrare più qualcosa da esibire agli altri.
Perché è un errore valutare dall’esterno la sofferenza altrui
Kierkegaard mette in guardia da un errore molto preciso: giudicare l’intensità dell’esperienza interiore di qualcun altro basandosi soltanto su ciò che si vede dall’esterno. Non si può realmente sapere quanto stia male una persona osservando quanto si lamenta pubblicamente. Non si può misurare il peso di una vita interiore semplicemente guardando il comportamento esteriore, per quanto attenti o empatici si cerchi di essere.
Questa consapevolezza non conduce al cinismo, né alla diffidenza verso chi si espone apertamente. Porta piuttosto a una forma diversa di cautela: non dare mai per scontato di sapere davvero come sta qualcuno solo perché appare funzionante e presente. Lasciare sempre una porta aperta, fare una domanda in più, anche quando dall’altra parte non arriva alcun segnale evidente di richiesta d’aiuto.
E se quel “sto bene” non fosse tutta la verità?
Non dovremmo dare per scontato che l’assenza di lamentele coincida con l’assenza di dolore. Ci sono persone che continuano a lavorare, sorridere, occuparsi degli altri e affrontare ogni giornata con apparente normalità mentre dentro stanno combattendo una fatica che nessuno vede. A volte, infatti, chi sembra funzionare meglio è semplicemente qualcuno che ha imparato molto presto a non mostrare ciò che prova. Per questo un generico “come stai?” non sempre è sufficiente. Una domanda più precisa, come “c’è qualcosa che ti pesa in questo periodo?”, può aprire una porta che una semplice domanda di cortesia lascia completamente chiusa. E spesso non sono le crisi evidenti a raccontarci che qualcosa non va, ma quei piccoli cambiamenti che rischiamo di non notare: una persona che si ritira lentamente, che scherza in modo diverso dal solito, che sembra avere meno energia, che smette di fare ciò che prima le dava piacere. Il dolore non sempre arriva facendo rumore. A volte si nasconde proprio dentro una normalità che, vista da fuori, sembra perfetta.
Forse chi tace sta aspettando proprio questo
Dovremmo anche smettere di considerare più forte chi non mostra la propria sofferenza e più fragile chi, invece, riesce a parlarne. Raccontare di stare male può richiedere un coraggio enorme, così come ammettere di non riuscire più a fare tutto da soli.
E se sei tu, invece, a portare qualcosa in silenzio, prova a ricordare che condividerlo non significa necessariamente pesare sugli altri. Le persone che ti vogliono bene non aspettano sempre che tu abbia una soluzione: a volte stanno semplicemente aspettando un segnale che permetta loro di avvicinarsi. Non devi necessariamente raccontare tutto, né trovare le parole perfette. Può bastare anche un “in questo periodo faccio un po’ fatica” per permettere a qualcuno di capire che dietro il tuo sorriso c’è qualcosa che non stai riuscendo a dire.
Perché forse il punto non è imparare a leggere perfettamente il dolore degli altri, ma diventare abbastanza attenti da accorgerci quando una persona ci sta dicendo, magari senza dirlo, “guardami un po’ più da vicino”.
Una vita segnata dal peso portato in silenzio
Kierkegaard sapeva perfettamente di cosa stava parlando. La sua esistenza fu attraversata da una malinconia profonda, da un fidanzamento interrotto che non superò mai completamente, da conflitti esistenziali e spirituali che riempirono decine di volumi della sua produzione filosofica. Scrisse spesso sotto pseudonimo, come se avesse bisogno di mettere una distanza protettiva tra sé stesso e ciò che affidava alla scrittura. Era, in fondo, qualcuno che portava tutto dentro, e che proprio da questa esperienza personale aveva imparato a osservare il dolore altrui senza presunzione, sapendo quanto poco si possa realmente capire guardando solo la superficie.
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