Se qualcuno ti fa del male è lui ad avere un problema, non tu: una citazione di Epitteto

Quanto potere si lascia agli altri quando una loro parola riesce a ferire profondamente? Un giudizio, un’umiliazione o un tradimento possono rimanere nella mente a lungo, fino a far dubitare del proprio valore. Eppure, davanti al dolore provocato dagli altri, esiste una prospettiva diversa, più difficile ma anche più liberante. È proprio su questa distinzione che riflette Epitteto, invitando l’uomo a comprendere che le azioni di chi ferisce parlano prima di tutto di chi le compie, non del valore di chi le subisce perché essere feriti non significa avere qualcosa che non va.

citazione di Epitteto

Ferire, ferirsi

A volte una persona può ferire senza lasciare alcuna ferita visibile: una parola pronunciata con disprezzo, un gesto di indifferenza, un tradimento inatteso possono corrodere per molto tempo. Di fronte a queste esperienze, la prima reazione è quasi sempre quella di chiedersi perché sia accaduto proprio a quella persona, che cosa abbia fatto per meritare tanta cattiveria. È come se la mente cercasse continuamente una spiegazione, mentre il cuore continua a ripetere ciò che è successo. Per una volta, però, bisognerebbe chiedersi quanto del dolore che una persona prova appartiene davvero a chi l’ha ferita.

“Se qualcuno ti fa del male, ricorda che è lui ad avere un problema, non tu.”

Epitteto invita a guardare la situazione proprio da quest’altra prospettiva. Quando qualcuno fa del male, spesso si pensa che quel gesto definisca la vittima. In realtà, può rivelare molto di più su chi lo compie. Una persona che umilia, tradisce o ferisce porta dentro di sé qualcosa che le appartiene: rabbia, paura, invidia, frustrazione o incapacità di affrontare serenamente la propria vita. Questo non cancella il dolore di chi subisce, ma gli impedisce di trasformarlo in una condanna contro se stesso.

Non lasciare che gli altri decidano quanto vali

Epitteto non invita a diventare insensibili, anzi, forse il contrario: non significa fingere che il dolore non esista, né giustificare chi commette un’ingiustizia.

Sai, una persona non deve consegnare agli altri il potere di stabilire quanto vale. La serenità, secondo la filosofia stoica, nasce anche dalla capacità di distinguere ciò che dipende dalla persona da ciò che non dipende da lei. Le azioni degli altri non possono essere controllate, ma il modo in cui vengono accolte può essere coltivato. Se qualcuno pronuncia una parola crudele, quella parola può ferire, ma non deve diventare una verità. Se qualcuno tradisce, il tradimento può spezzare una fiducia, ma non deve convincere la persona tradita di non meritare amore. Il problema, quindi, non è soltanto ciò che accade fuori, ma ciò che viene permesso di radicarsi dentro.

La prigionia dell’offesa

Adesso ti chiedo di chiudere gli occhi e pensare – a titolo di esempio – a una persona che, dopo anni di impegno, notti in bianco e duro lavoro, viene umiliata pubblicamente dal proprio datore di lavoro. Tornata a casa, continua a ripensare a quelle parole. A chiedersi “perché”. Il giorno dopo le ricorda ancora, e così quello successivo. Quell’offesa, pronunciata in pochi secondi, finisce per occupare settimane della sua vita.

Il suo datore di lavoro ha compiuto un gesto ingiusto, ma lentamente è la persona ferita a continuare quella sofferenza, ogni volta che ripete dentro di sé quelle parole. Eppure, il gesto dell’altro non dice chi è veramente la persona che lo ha subito. Dice qualcosa, piuttosto, di chi ha scelto di umiliare: della sua incapacità di trattare gli altri con rispetto. Il comportamento dell’altro non può essere cancellato, ma può essere privato del potere di definire il valore di chi lo ha ricevuto.

Una persona può riconoscere l’ingiustizia, difendersi e prendere le distanze senza trasformare quel torto in odio verso se stessa. Può ricordare che chi ha agito con cattiveria ha portato fuori un problema che appartiene prima di tutto alla propria interiorità. In questo modo il dolore non viene negato, ma rimesso al suo posto. Perché l’offesa può ferire, ma non deve diventare una prigione né convincere chi l’ha subita di essere il problema.

La libertà di non diventare ciò che ci ha ferito

Forse è stato detto abbastanza, ed è arrivato il momento di tirare le somme: non sempre una persona può evitare il male, ma può scegliere di non diventare simile a chi glielo ha inflitto. Soprattutto, può soffrire senza coltivare vendetta, ricordare senza vivere nel rancore, perdonare senza necessariamente riaprire una porta.

Chi fa del male porta con sé le proprie inquietudini, le proprie debolezze e i propri conflitti. Chi lo subisce, invece, conserva ancora una scelta: lasciare che quel gesto distrugga la propria serenità oppure trasformarlo in consapevolezza.

Epitteto, allora, sembra quasi invitare a respirare prima di reagire e a ricordare che il valore di una persona non può essere misurato attraverso gli occhi di chi non ha saputo riconoscerlo. Il vero trionfo non è restituire il dolore ricevuto, ma continuare a essere se stessi nonostante quel dolore perché, qualche volta, la forma più profonda di vittoria consiste semplicemente nel non permettere al male degli altri di diventare il male dentro di sé.

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