Galimberti: “Non dite ai ragazzi ‘ai miei tempi’, perché i vostri tempi erano molto più fortunati dei loro”

Quante volte hai pensato – o detto ad alta voce, magari a un figlio o a un nipote – “ai miei tempi non eravamo così”? Quante volte guardando un adolescente che beve, che sembra non impegnarsi abbastanza, che è incollato al telefono per ore, hai avuto quella reazione automatica di confronto con la tua generazione? Come se voi ce la facevate meglio, come se loro fossero più fragili e meno determinati, come se mancasse qualcosa di fondamentale nel loro carattere che invece voi avevate. Umberto Galimberti ci chiede di fermare quel pensiero. Non per pietismo, non per buonismo. Perché non è onesto nei confronti della realtà.

ai miei tempi

I vostri tempi erano più fortunati

“Non dite ai ragazzi ‘ai miei tempi’, perché i vostri tempi erano molto più fortunati dei loro.”

Questa frase è scomoda da sentire, soprattutto per chi è cresciuto in un’epoca in cui c’era lavoro – quello vero, quello che non finiva – in cui il futuro sembrava più prevedibile e accessibile, in cui le scelte avevano conseguenze più chiare e il contesto era più stabile.

Galimberti dice una cosa che fa male sentirsi dire: quello era privilegio, non virtù. La stabilità che avevate non era una conquista del vostro carattere migliore. Era il contesto storico che permetteva di averla. Non eravate più forti,  eravate più fortunati. Il confronto, su questa base, semplicemente non regge.

L’anestesia come risposta all’angoscia

“Io sono convinto che oggi i ragazzi bevono, e bevono tanto, non per il piacere che possono dare le droghe. Penso che loro le assumano non per il piacere, ma come anestetico. Si anestetizzano dallo sguardo nei confronti del futuro, perché gli mette angoscia.”

Questa è la parte più difficile da sentire, e la più importante. Galimberti non sta giustificando il comportamento: lo sta spiegando con onestà clinica. Un ragazzo che non riesce a immaginare un futuro possibile e concreto – un lavoro stabile, una casa, una prospettiva credibile, un motivo per alzarsi la mattina con qualche certezza – non sta vivendo nell’indifferenza cinica che gli si attribuisce. Sta vivendo nell’angoscia di un futuro che non sa come immaginare. E il rimedio che trova, spesso l’unico che funziona nell’immediato, è l’anestesia: non guardare avanti, non sentire quella pressione, non proiettarsi in un domani che fa paura.

Li conosciamo davvero questi ragazzi?

“Chiudo con una rabbia addosso, perché sento parlare sempre di giovani, ma li conosciamo questi ragazzi qui?”

Galimberti chiude il discorso con una domanda che dovrebbe mettere a disagio tutti. Si parla dei giovani costantemente, come categoria da correggere, come problema da gestire, come speranza del futuro in modo astratto. Ma quanto tempo passiamo davvero con loro? Non a insegnargli, non a correggerli, non a monitorarli…  semplicemente con loro, in ascolto, senza sapere già cosa rispondergli?

La rabbia di Galimberti è quella di chi ha passato decenni a capire l’animo umano dei giovani in particolare, e vede l’ipocrisia diffusa nel discorso pubblico su di loro.

Ascoltali prima di giudicarli

La prossima volta che vuoi dire “ai miei tempi” a un ragazzo, fermati un secondo prima di aprire la bocca. Chiediti invece qualcosa di diverso: cosa sta vivendo lui che io non ho mai dovuto vivere nella stessa forma? Cosa vede del futuro che io, alla sua età, non ho mai dovuto guardare con quella prospettiva e con quella mancanza di certezze?

Non devi avere risposte già pronte. Non devi necessariamente capire tutto quello che vive, alcune cose non le capirai perché non le hai vissute. Ascoltare la risposta – anche solo in silenzio, anche solo senza ribattere con il tuo “però ai miei tempi” – è già molto più utile e molto più rispettoso del confronto con un’epoca che non era migliore: era solo diversa, e spesso più protetta.

Umberto Galimberti è filosofo, psicoanalista lacaniano, professore universitario per decenni all’Università Ca’ Foscari di Venezia, autore di opere fondamentali sulla psiche, sulla cultura e sulla condizione giovanile contemporanea.

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