Crescere sembra un passaggio inevitabile: diventare più razionali, più maturi, più adatti a un mondo che premia l’efficienza. È un po’ quello che richiede la società, no? Eppure, secondo Schopenhauer, qualcosa può andare perduto lungo questo percorso. Che cosa distingue chi si limita a vivere da chi continua a creare e a vedere oltre l’ovvio? In questa riflessione si esplora il confine tra maturità e sguardo infantile, dove si nasconde, forse, la radice stessa del genio e della capacità di non smettere di stupirsi.

Quando il mondo smette di stupirci?
C’è un momento nella vita in cui si deve imparare a stare nel mondo senza perdersi in ciò che sembra inutile o ingenuo. È il percorso che porta a una figura socialmente riconosciuta, razionale e ben integrata. Schopenhauer ci dice:
“Chi nella vita non resta per qualche verso un fanciullo e diventa invece un uomo serio, sobrio, posato e ragionevole, sarà certo un bravo e utile cittadino di questo mondo, ma un genio non sarà mai.”
Per il filosofo, il genio non è solo intelligenza, ma soprattutto chi non smette di stupirsi. Da bambini tutto è nuovo: una pozzanghera diventa un mare, un insetto un mistero. Con il tempo, però, l’abitudine attenua questa freschezza e le cose iniziano a sembrare ovvie.
Il genio, invece, continua a guardare come se nulla fosse davvero scontato. Non per immaturità, ma per una rara capacità di restare aperto alla meraviglia. E forse è proprio qui la differenza: tra chi guarda il mondo per abitudine e chi, anche solo per un istante, riesce ancora a stupirsene.
Hai il coraggio di restare diverso?
Il genio guarda il mondo senza mai sentirlo del tutto familiare. Anche quando lo vive ogni giorno, lo osserva come se fosse ancora, in parte, nuovo, da capire e da decifrare. Il bambino vive questa sensazione senza accorgersene: tutto lo sorprende perché nulla è ancora filtrato dall’abitudine. Il genio, invece, la conserva anche da adulto perché continua a cogliere nella realtà le crepe, le ambiguità, ciò che sfugge alle spiegazioni immediate.
La (troppa) serietà spegne la tua anima
Attenzione: Schopenhauer non rifiuta la maturità né l’ordine della vita adulta. Sa bene su cosa si regge una società. Però il punto su cui spinge a riflettere è un altro: quando tutto viene ridotto a funzionalità, anche la vita interiore cambia natura.
In questo scenario non si perde soltanto la fantasia, ma il modo stesso in cui si attribuisce significato alle cose. Le giornate diventano una sequenza di compiti scanditi da appunti su calendari e post-it, dove ciò che non produce un risultato immediato viene considerato secondario. Eppure, è proprio lì che si indebolisce la capacità di sentire il valore di ciò che non è utile.
La questione, allora, non riguarda soltanto le passioni abbandonate, ma il rischio di una coscienza che si abitua a vivere solo in superficie: un paesaggio, un incontro, un libro. Tutto può essere vissuto senza più essere realmente “abitato”.
In questo senso, il fanciullo di cui parla il filosofo non è un ricordo d’infanzia, ma un modo più profondo di guardare le cose. È uno sguardo che non si ferma all’uso, ma continua a chiedersi il senso, a farsi domande e non smettere mai di meravigliarsi.
Perché conservare quella scintilla?
Leggi anche: I primi quarant’anni di vita ci danno il testo, i successivi trenta il commento: un aforisma di Schopenhauer