“Senza prospettive, senza neanche speranze”: Massimo Cacciari sui nostri figli in piazza contro il caro vita e il riarmo

Ci sono momenti in cui la filosofia scende in strada. Non per guidarla – la strada non chiede guida – ma per capire cosa sta succedendo davvero, sotto il rumore di superficie. Massimo Cacciari, filosofo e già sindaco di Venezia, lo ha fatto il 19 ottobre 2026 sulle pagine di La Stampa, pochi giorni dopo i cortei di Milano del 17 ottobre. Ha usato parole precise. Conviene fermarsi su di esse.

Massimo Cacciari sui nostri figli in piazza

I cortei del 17 ottobre

Il 17 ottobre 2026 decine di migliaia di persone – in prevalenza giovani, studenti, lavoratori precari – sono scese in piazza in diverse città italiane. A Milano, il corteo principale ha attraversato il centro con numeri che non si vedevano da anni. Le richieste erano molteplici: il costo della vita, i salari fermi, le case sempre meno accessibili, il peso crescente delle spese militari su bilanci pubblici già compressi.

Non era un corteo di un singolo movimento. Era qualcosa di più diffuso e meno organizzato: la somma di molte frustrazioni che si erano accumulate negli anni e che il momento aveva portato in strada insieme. Due settimane dopo, il 30 ottobre 2026, si è svolto uno sciopero generale.

Le parole di Cacciari: cosa ha detto e cosa non ha detto

Nell’intervista alla Stampa del 19 ottobre, Massimo Cacciari ha scelto di non commentare la contingenza politica immediata. Non ha parlato di partiti, di governo, di opposizione. Ha parlato di qualcosa di più strutturale: il rapporto tra generazioni e la condizione dei giovani italiani.

Le sue parole sono state precise:

“Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze.”

Il punto su cui vale la pena fermarsi è la gradazione: non solo “senza prospettive” – che è una condizione materiale, misurabile, legata al mercato del lavoro, ai redditi, all’accesso alla casa – ma “senza neanche speranze”. La speranza è qualcosa di diverso dalla prospettiva: è la capacità di immaginare che le cose possano cambiare, anche senza sapere come. Quando si perde anche quella, la distanza tra sé e la vita che si vorrebbe non è più un problema da risolvere: è un dato di fatto da subire.

Cacciari ha aggiunto:

“[…] la frustrazione profonda… per le vergognose politiche dei padri”

Il termine “vergognose” è una scelta lessicale forte, e non è casuale in un filosofo che pesa le parole. Non è una critica partitica; non si riferisce a un governo specifico o a una coalizione. È un giudizio su decenni di scelte collettive, su una classe dirigente intesa in senso largo: quella generazione che ha tenuto le leve del Paese negli ultimi trent’anni e che, a giudizio di Cacciari, non ha garantito ai successori le condizioni di cui aveva lei stessa beneficiato.

E ancora:

“Una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali.”

Questa frase è forse la più importante, perché trasforma il giudizio morale in un argomento di teoria politica. Una democrazia che non migliora le condizioni materiali dei suoi cittadini perde legittimità. Non immediatamente, non in modo visibile, ma gradualmente, accumulando una distanza tra promesse e realtà che prima o poi deve fare i conti con se stessa. Le piazze sono uno di quei conti.

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Il conflitto generazionale che Cacciari descrive

Quello che Massimo Cacciari vede nelle piazze di ottobre non è semplicemente una protesta politica. È il sintomo di un conflitto generazionale che si è costruito nel tempo, lentamente, senza che nessuno lo nominasse con chiarezza.

In Italia – e non solo in Italia – gli ultimi decenni hanno prodotto una distribuzione delle risorse che ha avvantaggiato le generazioni più anziane e penalizzato quelle più giovani. I sistemi pensionistici costruiti quando c’era più crescita, le case acquistate quando costavano meno, le carriere avviate in un mercato del lavoro meno competitivo e frammentato: tutto questo ha creato una base di benessere per chi era già adulto negli anni Ottanta e Novanta che i loro figli non hanno trovato.

I giovani di oggi entrano in un mercato del lavoro precarizzato, in una città dove comprare casa è fuori dalla portata di qualunque stipendio ordinario, in un sistema di welfare che eroga meno di quanto prometteva. Non è colpa di nessun singolo: è il risultato di scelte politiche accumulate nel tempo, spesso fatte senza pensare alle conseguenze sulle generazioni successive.

Cacciari mette il dito su questa ferita senza girarci intorno. E lo fa senza schierarsi con un partito o con un altro: il problema, a suo giudizio, è strutturale e trasversale.

La democrazia e il debito verso il futuro

L’argomento finale di Cacciari – “una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali” – pone una questione che va al di là della cronaca.

Le democrazie hanno un problema intrinseco con il tempo: i cicli elettorali sono corti, le conseguenze di certe scelte sono lunghe. È più facile fare promesse che si vedono subito e rinviare costi che si sentiranno tra vent’anni. Il risultato è esattamente quello che stiamo vedendo: generazioni che pagano prezzi di cui non hanno visto i benefici.

Una democrazia che non corregge questa tendenza non smette di essere democratica da un giorno all’altro. Ma accumula un debito di credibilità che diventa sempre più difficile ripagare. Le piazze sono anche questo: la richiesta che quel debito venga riconosciuto, prima ancora che restituito.

Ho letto le parole di Cacciari il giorno dopo l’intervista, e quello che mi ha colpito di più non è stato il giudizio sulle politiche dei padri, che è duro, ma motivato. È stato il “senza neanche speranze”. Conosco persone di vent’anni e di trent’anni per cui è esattamente così: non è che si aspettano poco. È che non riescono a immaginare un futuro diverso. Questa mi sembra la cosa più seria di tutte, e quella che merita la riflessione più attenta.

Ascoltare Massimo Cacciari

L’intervista di Massimo Cacciari è uscita su La Stampa il 19 ottobre 2026. Vale la pena leggerla per intero, perché il contesto dà peso alle singole frasi. Quello che Cacciari dice non è una previsione né una soluzione: è una diagnosi. Le diagnosi, quando sono precise, servono prima ancora delle cure.

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