Il 18 giugno 2010 moriva a Lanzarote, nelle isole Canarie, José Saramago, scrittore portoghese, Premio Nobel per la letteratura nel 1998, autore di Cecità e di Il Vangelo secondo Gesù Cristo, romanziere che ha sempre messo al centro la condizione umana con una lucidità spietata e affettuosa allo stesso tempo, una delle voci più originali e più moralmente coraggiose della letteratura del Novecento. Aveva ottantasette anni, e fino all’ultimo ha scritto e parlato. Ci ha lasciato con questa frase che sembra scritta per oggi, per questa epoca di ansia permanente, di ruminazione notturna, di catastrofi immaginate che consumano energie reali.

Il mondo va avanti nonostante noi
“È quasi sempre così, un uomo si tormenta, si preoccupa, teme il peggio, crede che il mondo gli chiederà un rendiconto completo, e il mondo è già avanti, a pensare ad altri fatti.”
C’è qualcosa di liberatorio e di leggermente crudele in questa osservazione. Saramago non ti sta consolando con parole gentili: ti sta dicendo la verità su come funziona davvero. Tutta quell’energia che stai spendendo a preoccuparti, a costruire scenari catastrofici, a prepararti mentalmente per giudizi che non arriveranno, il mondo non la sta aspettando. È già altrove. Già occupato con qualcos’altro.
L’illusione di essere al centro
La mente umana tende a posizionarsi al centro degli eventi, come se ci fosse un teatro in cui siamo sempre sul palco, sempre osservati, sempre giudicati dal pubblico. Quando si sbaglia qualcosa di visibile, si pensa che tutti lo ricordino e lo commentino ancora. Quando si fa una figura difficile in una situazione sociale, si costruisce nei mesi successivi la certezza che quel momento sia rimasto impresso nella memoria di chi c’era. Quando si prende una decisione rischiosa, si immagina che il mondo stia aspettando il verdetto con attenzione.
Saramago dice: no. Il mondo è già avanti, molto prima di quanto credi. Quella riunione in cui hai detto la cosa sbagliata, le persone che c’erano hanno già pensato a diecimila altre cose prima ancora di uscire dalla stanza. Quel momento imbarazzante che rivedi di notte con un nitore e un disagio straordinari, nella testa degli altri non esiste già più da mesi, forse da settimane, forse da giorni.
Questa non è una consolazione sentimentale, ma una descrizione accurata di come funziona la mente umana. Ognuno è il protagonista della propria storia. Gli altri sono comprimari. Non perché siano cattivi o indifferenti: perché hanno la propria storia da gestire, le proprie preoccupazioni, il proprio registro interiore dove tengono le cose che contano per loro. E tu, nella maggior parte dei casi, non sei sul quel registro.
Il rendiconto che non arriva
“Crede che il mondo gli chiederà un rendiconto completo.” Quella frase è precisa nella sua ironia. La parola “rendiconto”: come se ci fosse un registro contabile dove vengono annotati con cura tutti gli errori, tutte le debolezze, tutti i momenti in cui non si è stati all’altezza delle aspettative. E come se prima o poi qualcuno aprisse quel registro e chiedesse conto di tutto, con la precisione di un revisore dei conti.
Saramago dice che quel registro non esiste. Non perché tu non abbia sbagliato, ma perché il mondo è troppo occupato con se stesso per tenere quel registro su di te.
Cosa fare con questa frase
La prossima volta che ti svegli di notte a ripassare qualcosa che è andato storto – una cosa che hai detto, un errore che hai fatto, qualcosa che non hai fatto quando avresti dovuto – fermati un secondo prima di costruire l’ennesimo scenario catastrofico.
Chiediti: quante persone stanno ancora pensando a quella cosa specifica in questo momento? Probabilmente zero. Forse una, e anche quella domani avrà già pensato ad altro. Il mondo è già avanti, già occupato con altre storie, altre preoccupazioni, altri registri. Puoi esserlo anche tu. Saramago te ne ha appena dato il permesso.
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