“Chi non sa che fare del proprio tempo non è mai consapevole di invadere quello degli altri”: un aforisma di Jane Austen

Il 18 luglio 1817 è morta Jane Austen, scrittrice inglese nata nel 1775, autrice di Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma, Mansfield Park, Persuasione e di altri romanzi che hanno definito un modo di raccontare la società, le relazioni umane e soprattutto i meccanismi sottili del potere sociale e dell’ironia verso di essi che è ancora straordinariamente vivo e ancora letto e amato da milioni di persone in tutto il mondo, adattato in film e serie televisive in continuazione. Tra le sue osservazioni più pungenti – e ne aveva molte, nascoste nel registro dell’ironia educata dell’epoca – c’è questa, che sembra scritta ieri per un’epoca molto diversa dalla sua.

aforisma di Jane Austen

Uomini (nel senso di essere umani) che invadono il tempo degli altri

“Un uomo che non sa che fare del proprio tempo non è mai consapevole di invadere quello degli altri.”

La struttura è quella dell’aforisma perfetto nella sua essenzialità: una causa precisa e una conseguenza diretta, senza moralismo esplicito, senza accuse dichiarate, senza soluzione proposta. Jane Austen lascia al lettore il compito di fare le proprie considerazioni.

Chi non sa usare il proprio tempo non si accorge di consumare quello altrui, non misura l’invasione che sta producendo. Non perché sia malvagio in senso intenzionale, ma perché il proprio tempo non ha valore percepito nella propria esperienza, e quindi non riesce a capire che il tempo degli altri invece ce l’ha, e molto.

Il rapporto con il proprio tempo

Jane Austen stava osservando qualcosa di molto preciso nella società del suo tempo,  e che vale ancora con piena attualità: chi non ha una direzione propria, un progetto personale, qualcosa che vale la pena fare con il tempo che ha, tende a riempire quel vuoto con la presenza altrui. Non per cattiveria o per egoismo consapevole e dichiarato. Per assenza di consapevolezza su cosa il tempo valga quando è il proprio.

Chi sa che vuole fare qualcosa di preciso con il proprio tempo – che sia scrivere, leggere, costruire qualcosa, pensare a qualcosa, coltivare qualcosa – ha un rapporto con le ore della giornata completamente diverso da chi non sa cosa fare. Quella differenza profonda nel valore percepito del tempo si riflette inevitabilmente nel modo in cui si percepisce e si gestisce il tempo degli altri.

Ho riconosciuto questa dinamica molto concretamente nella mia vita lavorativa e in quanto mamma. Le interruzioni più frequenti e più difficili da gestire non vengono mai da chi è a sua volta impegnato in qualcosa: vengono sempre da chi non ha in quel momento niente da fare e non riesce a capire perché non posso fermarmi.

“Non è mai consapevole”

La parola chiave è “consapevole”. Non “non gli importa”, “non è consapevole”. Jane Austen fa una distinzione importante: non si tratta di cattiveria, ma di cecità. Come ho già detto – ma vale la pena sottolinearlo, perché è proprio il nocciolo della questione – chi non sente il valore del proprio tempo non può sentire il valore del tempo altrui, non ha la categoria mentale per farlo.

Quella cecità specifica è molto difficile da affrontare dall’esterno, perché chi la vive non può essere convinto dal ragionamento o dalla spiegazione diretta. Non riesce a vedere quello che non riesce a vedere, non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza della categoria mentale necessaria a farlo.

Un’osservazione ancora attuale

In un’epoca in cui tutti sembrano sempre disponibili, sempre connessi, sempre raggiungibili in qualsiasi momento della giornata, la questione del tempo e della sua invasione è più rilevante che mai nella storia.

Non si interrompe solo con una visita non annunciata, come nel tempo di Jane Austen: si interrompe con un messaggio alle undici di sera perché “tanto sei sveglia”, con una chiamata nel mezzo di un pomeriggio di lavoro concentrato perché “ho solo una cosa veloce”, con un “hai un secondo?” che diventa trenta minuti, con notifiche continue che tolgono l’attenzione da quello che si stava facendo, con messaggi vocali lunghi un’eternità.

Jane Austen lo aveva capito duecento anni fa senza smartphone e senza notifiche. Evidentemente è una dinamica più antica e più umana della tecnologia che oggi la amplifica.

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