C’è una frase che molti si ripetono per anni, a volte per decenni: “Prima o poi cambio tutto”. Prima aspettano che i figli crescano. Poi che il mutuo si riduca. Poi che arrivi il momento giusto. Il momento giusto non arriva mai. Due delle voci più ascoltate del pensiero italiano contemporaneo – il filosofo Massimo Cacciari e lo psichiatra e saggista Paolo Crepet – affrontano da angolazioni diverse la stessa domanda: cosa blocca davvero chi vuole ricominciare, e cosa serve per farlo.

Il problema non è il tempo
Massimo Cacciari, intervistato dal Fatto Quotidiano nell’aprile del 2025, ha detto qualcosa che va molto al di là del contesto in cui lo ha detto:
“Vivere ogni momento come se fosse l’ultimo, rendendo ogni momento conto a noi stessi dei nostri atti” – Massimo Cacciari, Il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2025
È una frase sull’autenticità, prima ancora che sul coraggio. Il problema di chi rimanda il cambiamento non è, quasi mai, la mancanza di coraggio in senso fisico o eroico. È la mancanza di questo rendiconto: smettere di misurarsi con le aspettative degli altri -il lavoro che bisogna avere, la stabilità che bisogna dimostrare, il ruolo che ci si aspetta – e tornare a fare i conti con se stessi.
Cacciari è un filosofo della tradizione europea continentale, lettore di Nietzsche e Heidegger, studioso dell’inizio come categoria filosofica. Nel suo pensiero, la crisi non è una parentesi da superare per tornare alla normalità: è la condizione in cui si è chiamati a decidere davvero. Chi aspetta che la crisi finisca per cominciare a vivere come vorrebbe ha già perso, perché la crisi – intesa come momento di passaggio, di rottura con il prima – è precisamente il momento in cui la scelta diventa necessaria.
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La paura non è il contrario del coraggio
Paolo Crepet, psichiatra e saggista, nel libro Il coraggio (Mondadori, 2017) ha scritto una delle frasi più citate sul tema:
“Il coraggio non è non avere paura. È affrontarla.” – Paolo Crepet, Coraggio, Mondadori, 2017
È una distinzione che può sembrare ovvia, ma che cambia tutto il modo in cui si guarda alla propria indecisione. La narrativa comune sul coraggio costruisce un’immagine di persone che non hanno paura, o che hanno imparato a non averla. Crepet smonta questa narrativa.
Chi rinvia il cambiamento non è, necessariamente, meno coraggioso di chi non rinvia. È probabilmente uguale, quanto a paura. La differenza sta in quello che si fa con la paura: la si usa come segnale da ascoltare, oppure come criterio definitivo per non muoversi?
Crepet distingue tra la paura come emozione – naturale, informativa, utile – e la paura come sistema di governo della propria vita. Nel primo caso, la paura segnala che qualcosa conta, che si sta rischiando qualcosa di vero. Nel secondo, diventa la ragione permanente per rimandare. E chi governa la propria vita sulla base del £ho paura quindi aspetto” finisce per aspettare per sempre.
Cosa blocca davvero chi vuole cambiare vita
Crepet, in Il coraggio e in altri libri successivi, individua alcune trappole ricorrenti. La prima è la confusione tra prudenza e immobilità. La prudenza è utile: valutare i rischi, prepararsi, aspettare le condizioni migliori quando le condizioni migliori sono effettivamente raggiungibili. L’immobilità si traveste da prudenza: rimanda non perché stia preparando qualcosa, ma perché rimandare è più comodo di scegliere.
La seconda trappola è l’idea che esista un momento giusto oggettivo. Non esiste. Ogni momento ha i suoi rischi e le sue opportunità. Aspettare che tutto sia perfettamente allineato significa aspettare qualcosa che non arriverà mai, perché la vita è per definizione imperfettamente allineata.
La terza trappola – forse la più insidiosa – è il peso del giudizio altrui. Cambiare lavoro a cinquant’anni. Lasciare una relazione dopo vent’anni. Ricominciare a studiare. Spostare il proprio centro di vita in un altro luogo. Queste scelte attivano quasi sempre un coro di voci – reali o immaginarie – che le definiscono irragionevoli, tardive, egoiste, ingrate. Crepet ha dedicato molto della sua riflessione a questo meccanismo: il bisogno di approvazione come ostacolo sistematico all’autonomia.
Non è mai troppo tardi: la storia che ci raccontiamo sull’età
L’idea che ci sia un’età dopo la quale certi cambiamenti non siano più possibili – o non siano più “dignitosi” – è una costruzione culturale, non una realtà biologica o psicologica.
La ricerca sul tema è abbastanza chiara su un punto: la plasticità del cervello adulto è molto maggiore di quanto si pensasse fino a pochi decenni fa. Gli adulti imparano, cambiano abitudini, sviluppano nuove competenze, elaborano nuove identità. Quello che li frena non è la capacità biologica, ma la narrazione che hanno interiorizzato su cosa sia possibile o appropriato in una certa fase della vita.
Cacciari, nel suo modo di pensare la storia e il tempo, insiste sull’idea che ogni momento contenga una possibilità di inizio. Non c’è un “troppo tardi” assoluto: c’è un “troppo tardi” relativo a certi obiettivi specifici (non puoi diventare campione olimpico di ginnastica a ottant’anni), ma non a una vita diversa in senso ampio. Il problema, filosoficamente, non è l’età. È la volontà di fare quel rendiconto con se stessi di cui parlava nell’intervista: smettere di vivere per le aspettative degli altri e iniziare a rispondere di sé.
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La differenza tra ricominciare e fuggire
Crepet fa una distinzione importante che non sempre emerge nella discussione comune sul “cambiare vita”. Ricominciare e fuggire non sono la stessa cosa.
Chi fugge – da una relazione, da un lavoro, da una città – porta con sé tutto quello che non ha risolto. La geografia cambia; la psicologia, no. Chi ricomincia, invece, ha fatto prima il lavoro di capire da cosa viene, cosa ha costruito e cosa no, dove ha sbagliato e perché. Questo non significa che debba restare per “finire il lavoro”: a volte la distanza fisica è necessaria per fare quel lavoro di chiarezza. Ma significa che la motivazione del cambiamento conta tanto quanto il cambiamento stesso.
“La creatività nasce dal conflitto, non dalla tranquillità.”
Crepet l’ha scritto in Il coraggio, ed è una frase che si applica direttamente a questo punto. Chi aspetta che tutto sia sereno, risolto, tranquillo per cominciare il cambiamento, aspetta qualcosa che non arriverà mai. Il conflitto – con se stessi, con le proprie contraddizioni, con ciò che si è stati – non è un ostacolo al cambiamento. È il materiale da cui il cambiamento nasce.
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Il coraggio di fare il conto con se stessi
La convergenza tra Massimo Cacciari e Paolo Crepet, pur nella diversità dei loro linguaggi e delle loro prospettive, è su un punto preciso: il cambiamento di vita non è un atto di rottura improvvisa. È il risultato di un lavoro di onestà con se stessi che richiede tempo, ma che può iniziare in qualsiasi momento.
Cacciari lo chiama rendere conto a noi stessi dei nostri atti. Crepet lo chiama affrontare la paura invece di lasciarsene governare. Sono due formulazioni diverse della stessa cosa: smettere di delegare all’esterno la responsabilità della propria vita.
La domanda che rimane aperta, alla fine, non è “è troppo tardi?”. È: “A chi sto chiedendo il permesso di ricominciare?”